Attualità di Moliére al “Vittorio Emanuele”
di Francesco Saija -
L’opera teatrale di Moliére sta a fondamento della commedia moderna, e bene ha fatto la direzione artistica del Teatro “Vittorio Emanuele” a solennizzare i quattrocento anni dalla nascita del grande autore teatrale e attore con una delle sue più belle opere: “Il malato immaginario” del 1673.
L’autore francese è nato infatti a Parigi il 15 gennaio del 1622 e morì sulla scena, mentre stava proprio interpretando l’ultima sua opera, il 17 febbraio del 1673.
Dopo 349 anni dalla rappresentazione in cui Moliére morì, la sua opera continua ad essere di grande attualità per la sua caratteristica universalistica.
Il teatro riflette la vita di tutti noi, la nostra quotidianità, le nostre furberie, i nostri vizi e le nostre virtù, e ciascuno può riconoscersi in qualche parte del personaggio Argante.
La tragedia di Argante non ha tempo, potremmo anzi dire che sta certamente nella nostra contemporaneità.
La commedia di Moliére (che è anche tragica) è stata presentata a Messina il 5 e 6 marzo, dalla Compagnia Moliére La Contrada-Teatro Stabile di Trieste in collaborazione con Teatro Quirino-Vittorio Gassman di Roma con l’adattamento e la regia di Guglielmo Ferro.
L’attualità di cui parlo è anche evidenziata dal fatto che la messa in scena de “Il malato immaginario” coincide purtroppo con il nostro quotidiano. Io stesso che scrivo queste righe vivo più tempo nel luogo chiuso della mia abitazione (come Argante nella sua torre) alle prese con la pandemia del Covid che ancora imperversa nel mondo e nella nostra città, causando sofferenze e spesso anche la morte tra i nostri concittadini.
Il regista Guglielmo Ferro, con il suo Argante, mirabilmente interpretato da Emilio Solfrizzi, è riuscito, per i casi della storia, a far vivere sul palcoscenico una storia che è presente e viva nella realtà dei nostri giorni.
Il malato immaginario, nella sua tragicommedia, riesce anche a condurci verso il riso e, mentre ridiamo, siamo costretti a riflettere e meditare sul destino tragico dell’essere umano, sull’uso distorto della scienza, sulla virtù di persone buone ma anche sulle furbizie di persone cattive e soprattutto sulla solitudine dell’essere umano che spesso vive, ma di fatto non vive, quasi gettato e abbandonato sul nostro pianeta vagante nello spazio.
Solfrizzi, che sta nella sua torre tra alambicchi, bocce di medicine che possono essere anche veleni e passa il suo tempo di non-vita tra clisteri, purghe ed altri intrugli (pensiamo ai tanti integratori offerti in questi tempi dalla pubblicità televisiva), diventa anche un uomo simpatico e suscita – come lui stesso afferma in una intervista – “molta tenerezza e pietas”.
Mi sentirei di affermare che l’Argante di Solfrizzi (ma anche del nostro regista) è perfetto nella bella scenografia fissa della torre di Fabiana Di Marco.
Nella messa in scena di Guglielmo Ferro ho riscontrato una grande sintonia e armonia tra la regia, le capacità attoriali di Solfrizzi, la bella e indovinata scenografia della Di Marco e i bellissimi costumi “parlanti” di Santuzza Calì che evidenziano plasticamente quel mondo fatuo e pomposo, ma vuoto e insignificante di personaggi avidi, egoisti e disumani come il dottor Purgone e il dottor Diaforetico, bene interpretati entrambi dal bravissimo Sergio Basile, ma anche l’avida e interessata moglie Belinda che certamente non ama il marito “malato” ma solo il suo denaro.
Mi piace sottolineare la grande bravura delle figure femminili e in particolare la figlia maggiore Angelica (interpretata da Viviana Altieri) che ama il suo Cleante (l’attore Cristiano Dessì), la sorella minore Luigina (Cecilia D’Amico) e l’abile serva Tonina, interpretata con grande maestria da Lisa Galantini.
Sono queste le persone buone e modernissime, ma anche disinteressate che amano veramente Argante.
Angelica, che non vuole sposare lo scimmiesco medico Tommasino, può essere considerata certamente una ragazza dei nostri giorni, diciamo pure una ragazza moderna.
Tommasino è interpretato dal bravo Pietro Casella in forma un po’ caricaturale, ma sta bene all’interno della bella commedia.
Particolarmente interessante l’attore Rosario Coppolino che interpreta il notaio e il fratello di Argante. Il fratello Beraldo è proprio il personaggio che contribuirà alla “liberazione” di Argante nel momento in cui prende coscienza della realtà e diventa un uomo libero anche se solo.
Da apprezzare la scena finale e l’invenzione registica in cui Argante si trova solo sulla scena mentre tutti i personaggi, prima maschere viventi, sono diventati solo dei pupazzi senza vita.
Ma la vita è tornata, sia pure nella solitudine, nella libertà di Argante e nella felicità delle persone buone.
Momento molto bello è anche quello della dettatura del testamento al notaio, che mi ricorda la dettatura della lettera da parte di Totò a Peppino, indirizzata alla “malafemmina” nel film “Totò, Peppino e la… malafemmina” (1956) del regista Camillo Mastrocinque.
Come afferma Gugliemo Ferro, nelle note di regia, ne “Il malato immaginario” vi è “Una comicità che si avvicina al teatro dell’assurdo, Moliére, come tutti i giganti, con geniale intuizione anticipa modalità drammaturgiche che solo nel ‘900 vedranno la luce”.
Un lavoro quindi seicentesco che irrompe con forza nella nostra modernità e il pubblico messinese ha apprezzato con prolungati applausi al regista, alle attrici e attori, alla scenografa e all’autrice dei costumi.