LA BELLEZZA DEI PICCOLI GESTI

Una gita scolastica a Brera

di Concetta Guerriero -

L’improvvisa immobilità che rasentava la rigidezza e lo stupore nel viso, avevano richiamato l’attenzione della maestra, al tal punto da voltarsi di scatto verso di lei.

La piccola Akida si era fermata all’ingresso di una delle sale della Pinacoteca di Brera a Milano, davanti alla bellezza di quei meravigliosi quadri.

Roteava lentamente la sua minuta testolina, come una barca da pesca “a strascico”, con gli occhi che fungevano da rete, dove metter dentro tutto quel mondo a lei sconosciuto. Sembrava che lo assaporasse dolcemente, con la flemma del suo movimento che le faceva pescare anche i più piccoli dettagli.

Ecco! Questa è l’immagine che in quel momento sta passando davanti agli occhi di Carla. Il ricordo della luce negli occhi della sua ex alunna Akida la pervade con un calore quasi viscerale al punto da farla immobilizzare di colpo, come in preda ad uno spasmo, nel luogo esatto dove si fermò la bambina, dieci anni prima.

  • Mamma, ti sei imbambolata? Ho detto che ho sete! -

Sente la mano di suo figlio che le strattona la gamba. Con un gesto meccanico prende la bottiglietta d’acqua dentro la borsa e gliela porge, quasi senza guardarlo, sopraffatta ormai dai ricordi.

La sua mente vaga ancora nella memoria e riesce perfino ad assaporare quell’aria che respirava quotidianamente in classe, intrisa delle sensazioni emanate dalla bambina, in particolar modo la sua voglia inarrestabile di conoscere e la sua incolmabile gioia di vivere.

Si ricorda bene di lei: proveniva dal Marocco, aveva cinque anni quando arrivò nella sua classe. Non conosceva neanche una parola della lingua italiana, ma riuscì a colmare in poche settimane quella lacuna, infatti, non solo imparò la nuova lingua senza difficoltà ma divenne ben presto la traduttrice ufficiale della sua mamma e del suo papà.

Il suo mondo interiore era quello di un calzino spaiato in mezzo a tanti altri calzini accoppiati e lo convogliava tutto nelle attività di pittura.

Quando immaginava un cielo nuvoloso, ad esempio, non lo rappresentava con ovvie e scontate nuvole grigie, ma con una scia di striature color argento, puntinati da scintille di un pallido sole contenuto in nuvole a forma di mani.

Non le ci volle molto, tuttavia, per comprendere che quella “sua” immagine, nella vita reale rimaneva un banalissimo cielo di nuvole grigie.

Quel cielo nuvoloso, infatti, le cadde addosso una mattina di metà marzo quando sentì suo padre, rivolto alla maestra Carla, pronunciare le parole: “No venire Akida a museo”.

Carla le passò la mano sulla spalla mentre le parole risuonarono in loro due come una eco lontana e tacitamente si capirono.

Ma Akida tolse quasi subito la mano dalla sua spalla e silenziosamente, in compagnia delle insignificanti nuvole, andò a sedersi.

Di quelle scuse farfugliate dal padre, in un italiano stentato, Carla sentì unicamente le parole non dette, ne captò l’effettivo senso e intuì le parole che il padre stava pensando che pronunciate sarebbero state: “Non ho abbastanza soldi per mandarla”.

Le salì addosso una sensazione che andava dalla rassegnazione alla rabbia, e dalla compassione alla voglia di gridare, sapeva quanto importante fosse e quanto ci tenesse Akida a quell’uscita scolastica.

In classe avevano lavorato per più di due mesi intorno a due misteriosi personaggi, una donna e un uomo e ne avrebbero scoperto la vera identità solamente attraversando la Galleria e ascoltando una storia raccontata attraverso le immagini dei dipinti esposti.

Ma non era solo quello il motivo che dava valore all’importanza che ne scaturiva, perché se lo si considerava soltanto da un punto di vista pratico, il non poter partecipare, cioè, alla gita scolastica, poteva sembrare superficiale, mentre la ragione doveva ricercarsi nel bisogno, quasi fisiologico di dare concretezza e fisicità all’astrazione. Gli ideali, la fantasia, le emozioni, i pensieri, le idee, l’immaginazione, non si possono materialmente vedere, né ascoltare, né odorare, né gustare, tantomeno toccare, ma Carla era convinta che quella visita alla Pinacoteca avrebbe dato dimostrazione del contrario. Senza ombra di dubbio quell’esperienza avrebbe dato ad Akida, e a tutti, la possibilità di vedere il colore e le immagini dei concetti  – attraverso i dipinti esposti – di ascoltare la melodia e il suono delle opinioni – con la storia dei due personaggi – di odorare il profumo che i pensieri emanano – attraverso le considerazioni personali di ciascuno– di gustare il dolce sapore delle emozioni – chi non ne avrebbe provate? – e di toccare con mano il calore delle idee – perché ognuno di loro aveva realizzato una sagoma dei personaggi –.

La sensazione di caldo che Carla avverte sulla sua mano che tiene stretta quella del

figlio e che le comincia a sudare, la distoglie dai suoi ricordi.

Lo guarda camminare al suo fianco, mentre percorrono le sale della Pinacoteca, e si chiede come mai l’abbia portato lì e non al parco o al cinema. Cosa l’aveva condotta in quel luogo?

Un dipinto, sì uno soltanto, le viene subito alla mente, e ci tiene a farglielo vedere al figlio. Sì, è proprio quello il motivo!

Ritorna nuovamente ai ricordi e si chiede se quella innocente piccola bugia inventata dieci anni prima, e che tanta ansia le procurò, fu mai intuita o scoperta? Ha un ricordo nitidissimo del giorno in cui mostrò al padre di Akida un foglio, con in alto l’intestazione dell’Istituto Scolastico, dove si comunicava che le spese per la visita al museo venivano pagate dalla scuola. In realtà però quel che gli “mostrò”, che cercava di coprire il più possibile con la mano, altro non era che una circolare (con altre diciture) rimasta dentro il registro di classe e che, dunque, era del tutto fasullo ciò che gli stava leggendo.

Gli mentì Carla, approfittando del fatto che il padre di Akida non conosceva bene la lingua italiana, soprattutto quella scritta, e gli sembrò quasi un inganno perché approfittò anche della buona fede di quell’uomo, anche se lo scopo era quello di nascondere l’iniziativa che aveva messo in atto il giorno precedente, e cioè che pagò lei l’importo necessario per far partecipare Akida alla gita. Non aveva avuto, d'altronde, altra soluzione in quanto provò dapprima a chiedere in segreteria, con risposta, ovviamente, negativa perché “l’Istituzione scuola” non poteva mica tener conto di un singolo alunno, successivamente ne parlò con la sua collega che si rifiutò di contribuire.

Carla passò i giorni che seguirono con l’angoscia che lui potesse scoprire la verità e aveva paura, dunque, di perdere la sua stima perché si sarebbe sentito umiliato. Ma per fortuna non accadde nulla di ciò e in un fresco mattino di fine marzo si ritrovarono tutti davanti al cancello di scuola con la piacevole trepidazione tipica dell’attesa del bus di gita scolastica.

Il vociare allegro e chiassoso di un gruppo di studenti la svia dai suoi pensieri.

“Vieni con me, voglio farti vedere un quadro”, propone al figlio.

“È bello?”

“Oh sì! Credo abbia donato qualcosa di speciale”

“Il quadro ha fatto un regalo?” risponde perplesso il bambino.

“In un certo senso!” ammicca, sorridendo, Carla.

Cominciano, così a percorrere le sale del museo e arrivati davanti al quadro i loro occhi fissano il dipinto.

“Eccolo!” - sussulta Carla, visibilmente emozionata - “Questo era il finale della storia di due misteriosi personaggi, una donna e un uomo, che dopo tante vicissitudini, che ti farò vedere negli altri dipinti, riuscirono a ritrovarsi. Lui, così, poté finalmente baciare la sua amata.

“Bleah, si baciano!” - precisa il figlio con una smorfia di disgusto sul volto -.

“Già” - risponde, con un lieve sorriso, Carla - “il quadro si chiama appunto “Il Bacio” e il pittore che lo dipinse si chiama Francesco Hayez”.

In un attimo è pervasa dal ricordo degli occhietti luccicanti di Akida alla vista del dipinto e alla scoperta dei misteriosi personaggi della storia.

Un tocco soffice avvolge Carla dandogli una vampata di calore, talmente sottile da sfiorarle appena appena la pelle, il tocco soffice del vestito di grazia interiore così leggero ma, nel contempo, così corposo da riempire la nudità del corpo e riscaldare il suo essere.