voterò Pd senza bisogno di turarmi il naso
di Michele Serra -
Non posso emulare Montanelli perché voterò Pd senza bisogno di turarmi il
naso. È un partito politicamente opaco, e mostra tutte le cicatrici e le
debolezze della svolta post-ideologica cui la sinistra italiana è stata
costretta dalla catastrofe storica del comunismo. Ma risponde all’esigenza
di far comunque vivere un partito di massa nel quale gli elettori di
sinistra (uso ancora questo termine molto approssimativo ma lo preferisco a
“progressista”, che è perfino più vago e datato) possano mettere insieme un
peso politico importante, non marginale. E poi, devo aggiungere che il coro
di sghignazzi e critiche sul Pd mi ha un poco stufato. Niente di più
conformista. A turarsi il naso provvedano gli elettori di altri partiti,
ammesso che ne abbiano il tempo e la voglia.
Ho seguito con rispetto la fatica di Letta per arrivare a costruire il suo
“fronte ampio”. Ce l’ha messa tutta e non ha perduto, nemmeno nelle
circostanze più sgradevoli, quel tratto di signorilità che a me sembra,
oggidì, molto anticonformista, per non dire rivoluzionario. Parentesi: ai
funerali di Piero Angela è stato Renzo Arbore a scomodare, ricordando
l’amico, il suo essere “signorile”. E sia ben chiaro che non stiamo
parlando di un connotato “di classe”. Stiamo parlando di una qualità
dell’animo. Chiusa la parentesi.
Le elezioni sono una fotografia non sempre nitida dello spirito del Paese;
e però servono a eleggere il Parlamento e formare i governi, e dunque sono
importanti. Sono sempre andato a votare, banalmente, per senso del dovere,
ma alcune volte – tra le quali questa – si aggiunge la necessità di segnare
la differenza, di far valere la propria presenza. Votare Lega o Meloni (con
fiamma) o Berlusconi (il peggiore di tutti, nonché quello con le
responsabilità storiche più gravi) non è la stessa cosa che votare a
sinistra. Sono differenti i programmi, le culture di provenienza, l’idea di
società, le parole adoperate. Sono diverse le persone, e anche se a volte,
in quelle stucchevoli sfilze di dichiarazioni nei tigì, quelli del Pd mi
paiono indistinguibili, riconosco ancora in quella parte di italiani
qualcosa che mi assomiglia e alla quale voglio assomigliare.
Venendo a lei, caro Turrini, rispetto chi non va a votare, per
esasperazione o per stanchezza. Ma penso che abbia torto. La dico tutta:
penso che sia un peccato di superbia, tipo “non vedo nessuno alla mia
altezza”. La politica è la più compromessa, la più popolare, la più impura
delle arti, riservo ad altri campi la mia intransigenza. Ci sono ottime
ragioni per custodire la propria solitudine. Ma non il giorno delle
elezioni. Anche se devo darle ragione al cento per cento su quella che è la
più imperdonabile delle colpe della politica italiana: non essere stati
capaci, dopo anni e anni di inutili ciance, di mandarci a votare con una
legge elettorale decente.