Dei demoni e di altre divinità contemporanee

Dei demoni e di altre divinità contemporanee

di Elena Zauli delle Pietre -
Di quel che era una stretta eppur trafficata strada di campagna rimane ben poco, ora che le acque si sono ritirate e lo scenario stravolto, che disegna silenzioso il lascito di una alluvione, appare in tutta la sua durezza. Dove son rimasti i cespiti del grano, essi si mostrano come sculture d’argilla, immobili al vento. Le api non ci sono più, ingoiate dalle acque, come i fiori che fino a due settimane fa punteggiavano cortili e fossi.
Sorprende vedere cori di farfalle bianche danzare intorno all’unico papavero nato e che, nel paesaggio cinereo, ricorda una goccia di sangue di un territorio divenuto pietra.
Eppure, dove dovrebbe regnare la desolazione, qualcosa di ancor più desolante si aggira tra queste strade e questi campi feriti. L’uomo riesce sempre a stupirmi o, meglio, a stupirmi è quella stirpe di uomini che sono templi essi stessi di demoni e nuovi dei.
Un tutt’uno con la loro auto, aggrappati al volante ma con gli occhi sul navigatore, eccoli giungere all’incrocio della mia via: con furbizia e gesto sportivo evitano i cartelli che avvertono “transito consentito solo ai residenti”, “divieto d’accesso”: è come quando si giocava a far gimcana in bicicletta tra i birilli…, dribblano ogni avvertimento ed eccoli calcare sull’acceleratore fino a sfrecciare come missili verso una meta tanto ignota quanto irraggiungibile. Son rimasta giorni incantata ad osservarli mentre non avevo nulla da fare dal momento che in casa era un finimondo caotico di scatole, scatoloni, libri, tegami e finché l’acqua non fosse scesa, inutile stare lì a contemplarla.
Meglio mettersi fuori e guardare la schiera di quelli che l’alluvione non l’hanno nemmeno vista al telegiornale. Perché per loro la vita deve andare avanti. Appoggiata alla rete osservavo sfrecciare questo popolo della modernità correre ignara contro uno specchio d’acqua di circa 80 milioni di metri cubi pronto ad accoglierli. Scena vista almeno 2000 volte in poche ore: passaggio sfrecciante davanti a casa mia, conto alla rovescia prima di vedere l’auto arrestarsi (statisticamente si fermavano prima quelli sui suv che forse – essendo più alti - vedevano con un minimo di anticipo i pesci nuotare davanti a loro). Non uno che sia caduto con l’auto nella barriera corallina dove il grano era divenuto nel mio immaginario corallo e i pesci siluri erano lì, come squali, a inseguire le ultime anguille. Manovra per girarsi e di nuovo sfrecciare per tornare indietro. Unica diversità: vedendomi lì alla rete di casa, stavolta non mi ignoravano, bensì rallentavano per rappresentarmi il loro dramma.
Il dramma dell’uomo moderno che deve arrivare per forza alla meta ha un’origine comune: tutti gli automobilisti, nessuno escluso, erano convinti di poter passare proprio da qui nonostante i divieti perché il navigatore gli diceva che la mia stradaccia di campagna era l’unica percorribile e non si capacitavano del fatto che effettivamente lo era, ma solo in barca. “Se il navigatore dice che possiamo passare, noi possiamo passare”. Ho tentato, esasperata dalla fila di automobilisti che si infilavano e accodavano lungo la mia viazza e che interpretavano tutti quelli che tornavano indietro come gente che era riuscita a passare, di comunicare a google maps che la mia via era sotto oltre un metro d’acqua. Google è stato gentilissimo, mi ha ringraziato della segnalazione e mi ha avvertita che interverrò sulla applicazione dopo aver constatato la veridicità. Deve ancora farlo… .
Ora, dato che io rimanevo la loro ultima speranza per raggiungere la propria destinazione (non dico che sia Milano, ma il paese di Alfonsine che, non so come mai, è meta tanto ambita), in cambio di qualche indicazione utile per raggiungerla (uno particolarmente scorbutico e antipatico ricordo di avergli detto che doveva passare per Firenze), ho ottenuto interessanti motivazioni che spingevano tutta questa gente in quella direzione: a parte una serie di motociclisti che dovevano andare verso Venezia, a parte qualcuno che aveva appuntamento di lavoro ed era in ritardo, pare incredibile trovarsi davanti a ragazze in assetto da discoteca disperarsi perché dovevano andare a fare l’aperitivo a… Alfonsine appunto. Qualcuno ha addirittura inseguito mio marito perché gli avevo aperto lo sbarramento per passare per richiuderlo dietro di lui e si era lamentato chiedendomi: “ma quello là, dove va???? Perché noi non possiamo passare, allora? “.
Quello là era mio marito che tornava da lavoro e credo avesse pur diritto almeno lui di rientrare a casa.
Mi fossi fatta pagare un euro per tutti i figli del dio navigatore per averli aiutati alla vecchia maniera, mi ripagherei abbondantemente di tutti i danni di casa.
Non uno solo, non una sola di questi automobilisti mi ha chiesto se avevamo bisogno, come stavamo. Quelli più fantasiosi, scendevano dall’auto e, “moooo, che spettacolo”, si facevano il selfie.
Ora, dal mio punto di vista di osservatrice esterna del dramma interiore di queste persone, è evidente che un demone si è infilato nelle sinapsi del loro cervello e probabilmente anche questo demone usa il navigatore per guidare le connessioni tra esse. Bisognerebbe scrivere a Google se riesce a fare qualcosa almeno per questo cortocircuito mentale, ma se non è riuscito a sistemare una segnalazione di strada alluvionata, figuriamoci che potrebbe fare per essi. Forse che l’intelligenza artificiale nasce proprio per loro?
Ci sono poi quelli che i demoni li hanno nel sangue: li chiamano “gli avvoltoi”, d'altronde già Esopo aveva ben capito che in ognuno di noi vive l’istinto di qualche animale. Sono una schiera nemmeno piccola di gentaglia che vive nel buio di se stessa, privata anche dell’anima, pronti a rapinare con la scaltrezza del topo tutto ciò che può.
Impugnano la vanga, indossano gli stivali (ma come faranno ad infilarci dentro i loro lunghi artigli?) e fingono di aiutare gli sventurati per depredarli di quel poco che rimane loro, infilandosi in cortili, case. Sono persone così piccole che effettivamente potrebbero passare anche dal buco della serratura, unghioni permettendo. Son stata fortunata, abbiamo avuto la visita di uno soltanto di loro: a furia di tentare di togliere il fango che diventava tutto intorno a casa, sotto un sole impietoso, cemento, abbiamo fuso l’idropulitrice. Non abbiamo fatto in tempo a metterla in mezzo alla mucchia delle cose da buttare e che fa bella mostra di sé davanti a casa, che ecco planare su di essa l’avvoltoio di turno. Tempo pochi secondi e addio idropulitrice. Rotta, tanto, era ormai rotta, ma il mio pensiero è andato subito alla mia automobile, mezzo coperta di fango, vecchia, con la vernice che si stacca come la pelle dopo un’ustione al sole, e parcheggiata ahimè proprio a fianco della mucchia. Ruberanno anche quella? Mi sono chiesta… . Al momento no. Ma non è detto… .
Non siamo però ancora arrivati al fondo del barile: c’è una terza categoria di persone abitate da strani demoni. Non è facile individuarle, perché sono ben vestite, hanno ottime intenzioni, più o meno, ma riescono a rubare l’ultima cosa che rimane a chi è naufrago: l’identità. Per almeno un’ora un’auto è rimasta parcheggiata qui davanti a casa. Non eravamo contenti di ciò, ma magari era qualcuno che stava attendendo soccorsi. Non tutti i comportamenti strani, quando il presente è stravolto, sono per forza sospetti. Quando però il giorno dopo, guardando il telegiornale, abbiamo visto proprio lui, quello della macchina, intervistato davanti a casa mia lamentando la sofferenza di quanto vissuto, allora abbiamo capito. Il trionfo di apparire in TV… palcoscenico di questa ultima orda di demoni. Demoni che tuttavia stanno anche dalla parte di chi la telecamera la tiene in mano: qui in Romagna siamo un poco fuori dalle righe. Soffriamo ridendo, diamo battutacce anche volgari se serve come reazione istintiva alle avversità.
Difficilmente vedrete un romagnolo essere disperato, il romagnolo sta dalla parte di chi i calli nelle mani li ha avuti per secoli, ci sputa sopra e riprende il suo lavoro. Si rischia di non essere credibili nel proprio dolore, ma perché noi per primi quel dolore ce lo mettiamo sulla groppa, e si va avanti. Ecco, tutto ciò non piace troppo al mondo della televisione, che crede che nell’enfasi del dolore ci sia il segreto della comunicazione. Spettacolarizzare… chiedere ai romagnoli di trovare un modo per far sentire il dolore a chi se ne sta sul divano a casa, al momento al riparo da qualche sciagura naturale, perché la realtà ha bisogno di essere esagerata per diventare tale.
Non bastano le immagini del fango… ci vuole il grido. Questo è il culmine dei demoni, che sono scesi qui tra noi per chiederci di essere ciò che non siamo, per rubarci una identità culturale e immateriale che vive il dolore a modo suo. Nemmeno quello va bene.
Quasi quasi preferisco il fango a questi demoni che stanno divorando menti, anime e cuore di chi è divenuto involucro eppure si crede ancora “uomo”.