L’innominato di Manzoni e l’innominabile di Meloni

L’innominato di Manzoni e l’innominabile di Meloni

di Franca Sinagra Brisca –

Si sente dedurre da molto tempo, specie nelle occasioni politicamente ufficiali, che il fascismo è “innominabile” perché ormai “non esiste”.

Qualcuno conferma questa asserzione adducendo la similitudine che il fascismo è come la mafia, anch’essa non doveva esistere. Si ricorda una frase esemplare: “meno parlate e meglio è pi’ vui“ detta all’orecchio da un mafioso che ammoniva con aria indifferente mentre puntava al fianco del malcapitato la lama pungente di un coltello a serramanico. Matteotti infatti aveva parlato troppo!

Sembrerebbe che tragedie storiche si perpetuino nell’operazione linguistica perversa della innominabilità. Fascismo e mafia sono termini ondivaghi perché in epoche diverse, ma vicine, hanno preso consistenza e significato a seconda della direzione del vento politico. Sono parole costrette a stare in bilico fra il buio e la luce del sole, il tabù e la realtà, la menzogna e l’onestà, l’omertà e il coraggio, e così via.

A pensarci bene, anche della parola libertà, tanto amata dai resistenti, anzi scritta col sangue dei troppi perseguitati nel ventennio da Mussolini, non si è più sicuri del significato, manipolato fino a debordare in quello “casa” delle libertà, quasi lo stato si fosse infilato in una “tana” minacciata da fake news e perciò bisognosa di ordine, sicurezza, libero mercato e stantio patriarcato alla Vannacci.

Così l’innominabile fascismo è qualcosa che fu, che non c’è più e… non serve parlarne? Nemmeno c’è più l’antifascismo, specie fra i governanti attuali che non riescono proprio a pronunciare il termine che vorrebbero sparito dal vocabolario, insieme al contenuto della resistenza antifascista che fissò l’insieme di principi e regole contenuti nella Costituzione, per l’appunto antifascista. Quindi ora nuovi innominabili, desiderosi di instaurare una repubblica presidenziale (non dittatoriale, perché anche questo termine sarebbe troppo significante), vogliono cambiare anche la legge fondamentale dello Stato, forse perché nata da padri costituenti tutti antifascisti e ora trasformato anche questo in “nazione”. Perciò si agitano pure molto, a dire e a scrivere che il fascismo era un buon governo e fanno circolare fake news del tipo “i treni arrivavano in orario – nelle case si lasciava la porta aperta” e altri specchietti per le allodole, anzi per gli allocchi desiderosi di entrare come Pinocchi nel Paese delle meraviglie.

La parola mafia è stata nominata per la prima volta dall’istituzione ecclesiastica il 27 giugno del 1992 a Palermo dall’arcivescovo Pappalardo che, superato il temporeggiamento di don Abbondio di manzoniana memoria, non poté esimersi dal nominare la mala bestia col suo vero nome, visto che la città in quei giorni ospitava l’oceanica manifestazione nazionale contro la mafia intitolata “L’Italia parte civile”.

Si doveva affrontare la denuncia e la rivolta degli italiani tutti dopo gli ultimi assassinii dei giudici Falcone e Borsellino, manifestazione corale simile all’appello di Concetto Marchesi nel 1943 “Liberate l’Italia dall’ignominia”.  C’era appena stata la rivolta dei commercianti di Capo d’Orlando che per primi avevano squarciato il muro dell’omertà, ma anche allora si parlò di antiracket e non di antimafia, chiamata così solo da un gruppo di donne della cosiddetta società civile che si diede il nome di “Donne siciliane contro la mafia”.

Cosa c’entra Manzoni in tutto questo stravolgimento del dizionario e cosa può mai insegnarci ancora il suo romanzo ambientato tre secoli fa? Sì… l’innominato, il feudatario don Rodrigo che manteneva e governava con i Bravi, l’OVRA (o i mafiosi di allora?); l’uomo era tanto ignobile e protervo nell’agire contro i diritti umani più elementari, che non c’era parola per chiamarlo senza dover rabbrividire di paura, pertanto nell’impotenza anche di don Abbondio e di una magistratura inefficace, si preferiva vivere respingendo quel mostro d’inciviltà in un’ipotetica non esistenza.

Rappresentava nella convivenza sociale l’antagonista storico della civiltà, il tiranno, il despota, l’impostore autocratico, sia esso individuo che oligarchia, insomma l’opposto della democrazia.

Poiché i nomi corrispondono ai fatti e alle idee che vogliamo definire o simboleggiare alfabeticamente, l’esistenza delle cose c’è finché la possiamo chiamare con le parole.

Alla fine, se non chiamiamo con il loro nome stabilito le cose e i fatti, questi non esisterebbero alla luce del sole. Ma questo escamotage non nasce da un ragionamento esatto, perché le parole incriminate sopravvivono invece nella pericolosa nebulosa composta dai tanti tabù, evidentissimi nelle coscienze pronte a rovesciare il tavolo delle menzogne. Tabù ritorna ad essere la mafia (entrata, si dice, nella clandestinità dei colletti bianchi) e anche il fascismo e l’antifascismo starebbero nel tritacarne per subire la vanificazione della manipolazione di significato e della damnatio memoriae.

Dopo anni di repubblica continuamente minacciata da rischi di golpe e da strane cicliche crisi economiche, teniamoci stretti e forti perché potrebbe tornare a soffiare il vento e a infuriare la bufera, e andare con scarpe rotte.

Più esatte sono l’analisi e la conferma dell’identità sociale e politica in questo brano tratto dal recente editoriale di “Dialoghi Mediterranei” N. 67, maggio 2024:

= Accade pertanto che nella confusione delle lingue e delle idee in cui oggi siamo precipitati, la parola antifascismo sia diventata perfino ambigua, ridondante, urticante. Insomma, un tabù, qualcosa di indicibile e di ineffabile. Da esorcizzare, da oscurare. E con la parola il suo significato, la sua storia. Da mutilare, da delegittimare, meglio da censurare. Dell’Italia sognata, invocata, sperata da quelle generazioni di giovani di ottanta anni fa resta forse soltanto quella Carta su cui fondiamo le ragioni della nostra Repubblica, la Costituzione che Calamandrei definì «un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica». E l’illustre membro dell’Assemblea costituente precisava: «Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli».