Tanto tuonò che piovve…

Tanto tuonò che piovve…

di Giovanni Tomasello -

L’approvazione in via definitiva del Parlamento della legge sull’”autonomia differenziata” voluta dalla Lega, fin dai tempi di Bossi secessionista e indipendentista sfegatato che durante i suoi anni di potere (all’interno dei governi Berlusconi) non riuscì a ottenere nulla, adesso nel governo Meloni e con un Bossi malato e fuori (almeno sembra) dai giochi di potere, Salvini (suo successore) è riuscito con una terminologia accettabile a raggiungere lo stesso fine: la secessione delle regioni del Nord. Perché di fatto è questo, inutile girarci attorno. Regioni come la Lombardia e il Veneto (il Lombardo Veneto di storica risorgimentale) assieme all’Emilia Romagna (la rossa) chiedono più poteri in materie come l’istruzione, l’ambiente, lo sport, l’energia, i trasporti, la cultura, il commercio estero. Tutte materie finora appannaggio dello Stato centrale che passeranno a breve in mano regionale causando un salto indietro di più di 100 anni, quando l’Italia non esisteva unita ed era frammentata in tanti piccoli staterelli. Ecco cosa comporterà l’autonomia differenziata: la rottura dell’unità nazionale. Eppure l’articolo 117 della Costituzione che a questo punto sarà ridimensionato, parla chiaro: “lo Stato ha legislazione esclusiva… tra l’altro… nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

E proprio i L.E.P. (livelli essenziali di prestazioni) sono stati oggetto di discussioni e scontri nella stessa maggioranza che ha raggiunto un compromesso sulla determinazione dei costi e dei fabbisogni standard da attuare che però, vista la scarsità di fondi, non faranno altro che foraggiare nelle materie di cui sopra, le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud. E per determinare questi L.E.P. il Governo avrà 24 mesi dall’entrata in vigore della legge per varare uno o più decreti legislativi per determinare livelli e importi, nei limiti delle risorse rese disponibili in legge di bilancio. Puta caso, il trascorrere di questi due anni coincide con il 2026, cioè l’anno precedente alle prossime elezioni politiche, quando si inizierà a fare campagna elettorale per vincere ancora l’anno dopo. Tutto calcolato e previsto.

E le opposizioni che fanno? Scendono in piazza a protestare per salvaguardare l’unità nazionale, messa a dura prova da questa autonomia differenziata che mette in pericolo la Repubblica Parlamentare minandone le fondamenta, chiedendo il ritiro immediato delle intese in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna (dove sono state raccolte seimila firme per presentare una legge di iniziativa popolare in tal senso) su iniziativa dei rispettivi Consigli Regionali;

spingere affinchè le Regioni si attivino secondo l’articolo 127 della Costituzione per ricorrere alla Corte Costituzionale;

appoggiare tutte le iniziative di carattere giudiziario che si metteranno in campo;

costituire comitati referendari per la raccolta di almeno 550 mila firme sul quesito referendario che i costituzionalisti metteranno a punto.

E la Sicilia Regione a Statuto Speciale mai attuato e sempre dipendente dallo Stato (per ora amico politicamente parlando) che sborsa per evitare il default, per bocca del suo Presidente (Renato Schifani di Forza Italia) afferma che “la Sicilia ha carte in regola per questa grande trasformazione. Una prova per rendere più giusta, più competitiva e più autonomista la nostra Repubblica”. Continuando con elogi al Governo, riconoscendo che adesso la Sicilia “sta crescendo, incrementando Pil e investimenti, incrementando livelli di efficienza come dimostrato nel settore energetico”. Affermazioni che Schifani doveva necessariamente esclamare riflettendo la netta dipendenza da un governo che punta solo a incrementare il proprio potere smantellando le fondamenta di una Repubblica che come dice lo stesso Schifani è “più autonomista” cioè sulla strada verso un regime che lede l’unità nazionale preferendo l’assetto regionalista che prevarrà inibendo le fondamenta democratiche di una Repubblica parlamentare che diverrà assolutista nelle mani di una sola persona al comando.