Il gioco della morte

Eliano Fantuzzi "Ragazza con fiori bianchi" - olio su tela, cm 70 x 50

di Nino Gussio

In una partita di calcio tifare per una squadra o per quella avversa non costituisce un grosso problema, non è in fondo altro che prendere a calci una palla per indirizzarla nella porta avversaria. Ma è ben altra questione tifare in guerra, in base alle proprie appartenenze, per una nazione o per l’altra anche se, per mancanza di coscienza etica, il tutto si riduce a prendere a pedate l’umanità coinvolta e i calci sono devastanti e il rigore e sempre mortale.

In una partita di calcio l’arbitro impone l'osservanza delle regole, in una guerra invece saltano tutte le regole approvate e dichiarate prima con la retorica della malafede. Il gioco del calcio ha la durata regolamentare di 90 minuti, la guerra non ha scadenze ma interminabili tempi supplementari fino a quando lo sterminio non risulta più che sufficiente per dichiarare una futile vittoria o una rovinosa sconfitta. La passione calcistica può indurre i tifosi del calcio all’invasione del campo per interrompere la partita se ritengono ingiusta la conduzione arbitrale contro la propria squadra. In guerra nessuno invade il campo, esteso quanto i territori delle Nazioni coinvolte, nessuno si ribella a tanta iniquità e le vittime civili non sono nemmeno conteggiate nel computo finale del disastro compiuto. La pace che ne scaturisce è per lo più una tregua, l’odio non si è spento e la celebrazione della vittoria ha i rintocchi del De profundis dell’umano fallimento.

Il gioco del calcio, gli sport esprimono la potenza della vita nonostante la rivalità, la guerra invece esprime il trionfo del male e della morte.