“Quel che so di lei” di Monica Guerritore: storie di donne per dare voce alle donne
di Dominga Carrubba - Aspettando il film su Anna Magnani...
"Non so nemmeno se sono un’attrice, una grande attrice, o una grande artista.
Non so nemmeno se sono capace di recitare.
Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila donne. Ho solo bisogno di incontrarle. Debbono essere vere, ecco tutto. Io voglio dei personaggi autentici." (Anna Magnani)
Aveva ragione Anna Magnani. Sono tante le figure femminili che l’anima di un’artista rappresenta, quando l’odore del teatro si mescola alla polvere che s’alza dal palco, dove i copioni lasciano le orme, o si discosta dalle pieghe di sipari drappeggianti, oltre i quali tenere a bada l’emozione e guardare furtivamente la platea, i palchi, le gallerie.
E laddove il teatro ha il cielo come tetto e le stelle come luci? Allora nasce la magia del profumo dell’erba unito al crepitio di pietre intorno ai gradoni della cavea affacciata sulla scena recitante, mentre lo sguardo degli spettatori si porta all’infinito adagiato sull’orizzonte al crepuscolo complice e confidente.
MAGNANI L’alba del giorno dopo
“Tante donne, duemila donne” prendono forma e voce ad ogni battuta di clachette, unendo il tempo reale a quello visionario, come nell’attesa opera prima cinematografica di Monica Guerritore, regista e interprete in MAGNANI L’alba del giorno dopo.
Una produzione Lumina Mgr, società di ideazione e produzione di contenuti audiovisivi H.Q. per il cinema, network generalisti e maggiori piattaforme, costituita nel 2022 da Monica Guerritore e presieduta da Roberto Zaccaria.
Il progetto del primo film su Anna Magnani è stato lanciato nel 2023, in occasione dei 50 anni dalla sua morte.
“Debbono essere vere, ecco tutto. Io voglio dei personaggi autentici” – diceva Nannarella, scelta per interpretare il neorealismo del secondo dopoguerra per la profondità espressiva dei suoi occhi neri, per la coinvolgente drammaticità del suo volto, mai rinnegando il tempo nelle rughe e nelle borse sotto gli occhi, che poi il cinema del benessere economico ha ritenuto ingombranti.
Anima e corpo sono tutt’uno nel recitare e comunicare quell’incontro di cui parlava la nostra Anna, oggi da noi percepibile dai suoi primi piani in bianco e nero nella naturale cornice di scompigliati capelli nero corvino.
Il teatro è verità e bellezza
“Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila donne. Ho solo bisogno di incontrarle.”
E pensare che in Italia le donne furono ammesse a recitare ed essere autrici soltanto nel Rinascimento, in Inghilterra nel tardo Seicento e in Giappone i drammi Kabuki, risalenti al XVII secolo, continuano ad essere interpretati dagli attori uomini, impegnati persino in ruoli femminili.
Il teatro è libertà, seppure la vita talora ingabbia.
“Il teatro è verità e bellezza, è il luogo in cui la donna si riappropria della sua forza” – afferma Monica Guerritore per il Premio Le Città delle Donne 2024, premiata anche con uno speciale riconoscimento della Camera dei Deputati, un Premio alla Carriera per le personalità dello spettacolo e dell'arte.
La passione recitativa riconosce ad Anna Magnani il 21 marzo 1956 il Premio Oscar come migliore attrice protagonista non di lingua inglese per l'interpretazione di Serafina Delle Rose nel film “La Rosa Tatuata”, diretto da Daniel Mann.
Ed è sempre la passione recitativa che riconosce a Monica Guerritore con “Inganno”, diretta da Pappi Corsicato, la serie tv non di lingua inglese più vista al mondo su Netflix nello scorso ottobre 2024, presente nella Top Ten di 89 paesi, prima classificata in tutto il Centro e Sud America, oltreché in Italia.

Il percorso attoriale forma il fil rouge tra Magnani e Guerritore, trovandosi sul “cammino dove ha camminato lei e le presto il mio ‘sentire’, l’unica cosa che si può fare per far tornare a vivere ‘vite che non sono le nostre’.
Non c’è verità quando si trasla un altro essere umano, c’è solo il desiderio di restituirgli energia, senso, pensiero.” - spiega la regista.
Agli uomini non si rimprovera la pesantezza nel corpo, né il volto che si allarga segnato da rughe.
Anzi, si dicono più attraenti nella maturità.
Le donne più âgée, invece, possono non corrispondere ai canoni di bellezza e approvazione.
Perché l’età affina gli uomini, mentre svilisce le donne?
Tuttora vittime di condotte discriminatorie legate all’ageismo di genere, alimentato da stereotipi tanto radicati da mettere in discussione che una donna matura, come Gabriella (Guerritore) – protagonista nella serie Inganno, che interpreta un'imprenditrice sessantenne, benestante e proprietaria di un lussuoso hotel sulla Costiera amalfitana - possa consapevolmente scegliere di amare e lasciarsi amare da Elia (Gianniotti), un bel ragazzo trentenne, appena conosciuto, ambiguo. Forse pericoloso? Ma di certo coinvolgente e sensuale.
Gabriella sfida la famiglia, i pregiudizi, i fantasmi del passato, persino sé stessa, liberandosi dalle briglie sociali e scegliendo di sentirsi appagata nel dare forma alla propria identità.
Magnani donna e attrice è stata messa da parte dal cinema anche perché non ha ceduto all’immagine di bellezza cristallizzata, giovane ad ogni costo, non si è accontentata di ruoli che non le appartenessero, così preferendo l’isolamento.
Anna Magnani è il simbolo della forza delle donne, nonostante le azioni discriminatorie per l’età e i tradimenti.
La missione educativa dell’interprete
“Non c’è verità quando si trasla un altro essere umano, c’è solo il desiderio di restituirgli energia, senso, pensiero” – afferma Guerritore che sembra parallelamente ricucire le fila della vita di Nannarella, dando energia, senso e pensiero al suo essere donna e interprete nel segno della libertà; perché “sedersi sul bordo e aspettare […] È il lavoro di noi interpreti: ci si siede sul bordo, la mano scrive, disegna, si ritrae, abbozza scene che si interrompono” – scrive Guerritore nel suo libro “Quel che so di lei. Donne prigioniere di amori straordinari” (Longanesi, 2019)
Il libro è un viaggio narrativo, interiore, trasversale tra il passato e il presente che Monica Guerritore percorre con alcune delle figure interpretate - Emma Bovary, la Lupa, Oriana Fallaci, Carmen, la Signorina Giulia – per accompagnare la nobildonna Giulia Trigona, zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, alla stanza dell’albergo vicino alla stazione Termini in quel 2 marzo 1911, trovandovi la morte per mano del suo amante al quale aveva concesso un ultimo appuntamento.
Anna Magnani, La Lupa
Piace pensare che, seppure indirettamente, Anna Magnani è presente anche in questo viaggio. Come?
“Cominciavo a vedere la Lupa con gli occhi della mente. Mi si presentava con le mani affusolate e le unghie arcuate, diafana, lo sguardo e gli occhi cupi”
Magnani è Gnà Pina, la Lupa, nel 1965; Guerritore è Gnà Pina, la Lupa, nel 1996.
Questo è stato il primo incontro fra le due interpreti, perché “per un interprete è molto difficile passare dalla fase di immaginazione a quella di ideazione e poi realizzazione”.
Forse la gonna lunga di panno nera e il lungo scialle di lana nera intorno al volto con occhi seducenti hanno portato alla mente di Monica la figura di Anna, che tornava a calcare un palco teatrale dopo più di dieci anni di assenza con quel recitare tanto istintivo e naturale da confondere la realtà con la finzione.
Non a caso Anna Magnani ha frequentato la scuola di recitazione "Eleonora Duse", la Divina.
Quel che so di lei
In “Quel che so di lei”, spiega Guerritore:
“Chi entra in scena, a questo punto, non sono più io ma un grande corpo invisibile creato dalla mia intelligenza e allenato alla palestra dei sentimenti, un corpo che sera dopo sera e donna dopo donna cambia, trasforma me e il mio cuore.
Un corpo che è un luogo dove arrivo a conoscere intimamente il personaggio che mi abiterà. Con Giulia Trigona ho fatto lo stesso.”
Se i tanti personaggi portati in scena parlano di Giulia Trigona a Guerritore, allora il femminicidio di Giulia parla a noi tutti di ciascuna donna con la voce ridotta a silenzio, perché prigioniera di amori con la maschera di Pan.
Arriva quasi come una spiegazione necessaria la citazione da Riti e miti della seduzione di Aldo Carotenuto: "Appena nato Pan è così brutto […] che la madre fugge via atterrita.
La bruttezza di Pan, il suo aspetto mostruoso rimandano al carattere perturbante del desiderio sessuale, allo spavento dell’anima sedotta".
La forza seduttiva di Pan è mostruosa, solitaria, insaziabile, tanto irrequieta da non essere capace di relazionarsi.
In opposizione, volteggia Eros che suscita il desiderio e rende armonioso l’incontro, lo stare insieme nel segno del rispetto e del dialogo, al fine di riconoscersi e ritrovarsi per non sentire il dolore dell’abbandono, come Marianne in Scene da un matrimonio.
“Essere messi da parte genera un dolore per le aspettative ferite, quelle in cui hai investito forza e fiducia, certa che sarebbero state in grado di tenere insieme l’architettura del tuo amore, della tua vita. È dolore per la perdita dell’immagine di te stessa”.
Lo stesso dolore che umilia denudando il corpo come l’anima per la Signorina Giulia di August Strindberg, la quale “si spegne con la discrezione delle persone bene educate”.
Quante donne, portate all’esasperazione, tolgono il disturbo?
“E questa morte il pubblico percepiva. Non c’erano parole, solo il misterioso racconto che dal palco passa in platea” – rivela Guerritore.
Dalla realtà al libro, dal libro al palco con “Quel che so di lei” tradotto in spettacolo teatrale – anche nella stagione 2024/2025 - per dare voce a donne annullate, imprigionate da mostruosi amori, creduti straordinari, e uccise nel corpo, nell’anima.
Del resto il teatro è il palco naturale delle emozioni, prima avvertite in un assolo, poi esternate e consegnate ad una forma e ritmo tra pause e parole, infine condivise con pathos.

“Giulia Trigona, dama di corte della regina Elena di Savoia, moglie del conte Romualdo Trigona dei principi di Sant’Elia, senatore del Regno d’Italia, accetta la richiesta di un ultimo incontro da parte del suo ex amante, il tenente di cavalleria Vincenzo Paternò.”
Eppure Giulia aveva deciso di lasciarlo, come scriveva in una lettera:
“[…] che cos’è ora questo sentimento duro come una catena di ferro che stringe l’anima, odioso, tormentoso? […] Non voglio più che mi aspetti.
Ed è per questo che sono venuta a dirti di partire.
Ti dirò, ho voluto approfittare di quest’ultima visita per darmi ancora una prova. Che niente è più nel mio cuore.
E che non t’amo più per niente.”
Giulia Trigona fu uccisa proprio in quello che credeva l’ultimo appuntamento con ventisette coltellate inferte dal suo amore straordinario e troppo tardi riconosciuto come prigione.
L’omicidio di Giulia Trigona fu il primo femminicidio giudicato in un tribunale, celebrando un processo testimoniato dai giornali e coinvolgendo l’opinione pubblica.
Ascoltare, conoscere, confrontarsi portano laddove la condivisione passa attraverso la quarta parete, guidati da interpreti a fianco di personaggi reali o immaginari.
Piace immaginare che fra i deterrenti di femminicidi intervenga il coraggio della Pulzella d’Orléans, Giovanna d’Arco, dentro l’anima di ciascuna donna, per non rinunciare a sé stessa, ma smascherare e interrompere un amore che non conosce il valore del rispetto.
La Guerritore conosce bene la forza spirituale della Santa Martire, presente tra le figure interpretate con armatura, spada crociata e un palo in scena come simbolo del rogo, che oggi arde alimentato da una dirompente anaffettività in una società disabituata a relazionarsi e dialogare, delegando robot.
Si potrebbe chiedere dove sia la notizia? Anche oggi, lunedì d'Epifania, una donna è stata accoltellata nel parcheggio di un supermercato a Seriate dal suo ex, lo aveva già denunciato.
"Ma qui siamo diventati tutti matti!" - ripeterebbe Anna Magnani, ma questa volta non limitandosi a dirlo a sé stessa, come nel finale del film L'automobile (1971), con sottofondo di clacson impazientiti di arrivare allo stadio, pertanto indifferenti verso il suo disagio per l'incidente stradale subito.
Lo griderebbe.
Quel che so di lei, di loro, di noi.