Nino Siligato, il marinaio diventato il “Filibustiere della montagna”

Nino Siligato, il marinaio diventato il “Filibustiere della montagna”

di Giorgio Pagano -

Antonio Siligato, per tutti Nino, era siciliano, di Limina di Messina. Un marinaio provetto: nocchiero, nominato sergente, aveva combattuto in Grecia. In lui, come in tanti altri giovani, il generoso amor patrio non si poneva allora il problema se la guerra fosse giusta o ingiusta, né che era stata imposta al popolo da un regime che non lo rappresentava.
La storia di Nino è una storia insieme di candore e di sofferta presa di coscienza. L’8 settembre 1943 si ritrovò a Spezia, disperato, senza più una nave. Dopo un paio di settimane terribili decise di arruolarsi nella X Mas di Junio Valerio Borghese, che era al servizio dei tedeschi. Nino voleva proseguire, da marinaio, la guerra sul fronte meridionale. Quando gli dissero: “si va in Piemonte a rastrellare i ribelli”, tornò a Spezia. La voce della coscienza lo spinse a diventare anch’egli un ribelle.
Bruno Brizzi nel 1943 era un giovane operaio dell’Arsenale residente a Stra, sulle colline di Spezia, che si stava avvicinando al Partito comunista. In un’intervista mi ha raccontato:

“Subito dopo l’8 settembre, con un gruppo di uomini sui trent’anni, tra i quali Aldo Cozzani, Gino Montanari, Gino Oldoini, Guglielmo Vergassola, decidemmo di disarmare la batteria del Castellazzo. Con noi c’erano alcuni marinai che fino all’8 settembre presidiavano la batteria, dove erano piazzate mitraglie e cannoni antiaerei. Questi marinai rimasero a Stra e a Marinasco nelle case di alcuni abitanti, tra di loro c’era anche uno spezzino, Nadir Colombo. E alcuni siciliani: Patanè, Ferrara, Mangiapane e altri di cui non ricordo il nome. Ci raggiunse un marinaio di nome Nino Siligato, amico di qualcuno del presidio. Venne a dormire da noi, un po’ a casa mia, un po’ in casa della famiglia Torrini. Mentre la popolazione, molto provata dalla fame, assaltò i magazzini dei viveri, noi mettemmo fuori uso le armi pesanti, gettandole in profonde cisterne utilizzate per attingere l’acqua. Raccogliemmo invece le armi leggere, che in parte nascondemmo nella chiesetta di Santa Lucia e nei tombini delle strade. Iniziò così una nuova storia. Ci affratellammo sempre più con i marinai siciliani e iniziammo a parlare degli avvenimenti bellici e delle voci che giravano sui movimenti di gruppi organizzati che si opponevano all’esercito tedesco che, dopo l’8 settembre, occupava il nord del Paese. Divenni renitente alla leva per non aver risposto al bando proclamato dai fascisti della Repubblica di Salò che volevano riorganizzare l’esercito alleato ai tedeschi, ed ero un ricercato. Eravamo curiosi di sapere di più dei gruppi che nel frattempo erano cresciuti e iniziavano a dare disturbo ai nazifascisti. Verso la fine di ottobre decidemmo l’avventura, partimmo per il Parmense. Ci indirizzò il comunista Mario Bonamini. Partii assieme a Nino Siligato verso la fine di gennaio del ’44. Andammo nella banda Beretta, che da cui nacque la Centocroci. Con Nino eravamo sempre in coppia”.

Il racconto di Bruno è confermato da quello di don Luigi Canessa, il cappellano della Centocroci, nel suo libro “La strada era tortuosa”:

“L’ambiente giovanile spezzino, e non solo giovanile, era arroventato per la causa patriottica. Nino si mise in giro, frugò nel segreto: trovò le maglie dei cospiratori. […] E Bonamini lo condusse a Spallavera [di Albareto, presso la famiglia Maggi] insieme con Bruno. Di lassù vide per la prima volta la valle del Taro e ne gioì. Era il 13 febbraio 1944”.

Le prime impressioni dei capi della Beretta furono negative: “sotto l’impermeabile chiaro – continua don Canessa – c’erano i calzoni e il maglione della X Mas!”. Ma Nino voleva combattere. Scese con Bruno in città e portarono su le armi nascoste a Stra. I sospetti continuarono. Fino al 24 marzo, quando Nino e Bruno combatterono sul passo Centocroci a fianco di Federico Salvestri “Richetto” – nel frattempo era nata la brigata Centocroci, con Gino Cacchioli “Beretta” comandante e “Richetto” vice – a fronteggiare il primo rastrellamento, condotto proprio dalla X Mas. Nel combattimento si distinsero “Richetto” e Nino, che “Richetto” nominò comandante di plotone. Bruno fu sempre in quel plotone, fino al gennaio 1945. Ma che plotone! Leggiamo don Canessa:

“Il suo plotone era singolare, come il comandante: era il plotone più caratteristico della Centocroci. In esso trovavi russi, polacchi, francesi, austriaci, e poi: cantori, musicisti, assi del pedale, del ring, cuochi e pasticcieri e i tipi più conosciuti dei fannulloni di via Chiodo! C’è uno che soffre a star tranquillo? Che è impaziente a menar le mani? Va al Comando, chiede la bassa di passaggio e se ne va con Nino! Perché il plotone di Nino è un plotone che deve lavorare, che non può mica stare inattivo per la semplice ragione che se Nino sta fermo non è più lui”.

Le azioni del plotone furono numerosissime. Gli uomini di Nino scesero anche in Val di Vara e perfino a Spezia. Nino il marinaio era diventato il “Filibustiere della Montagna”!
A ottobre il comandante dei partigiani spezzini Mario Fontana “Turchi” aveva già deciso che Nino avrebbe guidato gli esploratori al momento della liberazione di Spezia.
Ma quegli uomini d’azione avevano anche le preoccupazioni affettive. Leggiamo la testimonianza di Bruno Brizzi raccolta in “Io sono l’ultimo”:

“Più il tempo passava da quando ero partito per la via dei monti e più mi rendevo conto che mi mancava l’affetto dei miei genitori e di mia sorella, che era una ragazzina. […] Queste sono le crisi che condividevo con l’amico e compagno Nino. Lui i suoi cari li aveva in Sicilia, a Messina. Nel periodo che eravamo nascosti dalla famiglia Torrini, Nino trova un cuore giovane di una figlia di loro, Lidia, che lo sosterrà con animo sincero e affetto reciproco”.

Nel gennaio 1945 il maggiore inglese Gordon Lett, a capo del “Battaglione Internazionale”, chiamò “Richetto”, nel frattempo diventato comandante della Centocroci, e gli chiese di impegnare Nino in una importante e arditissima missione da compiere nel Pontremolese. Nino era febbricitante per l’itterizia, gli consigliarono in tutti i modi di non andare. Ma lui volle partire. E disse a Bruno: “Tu rimani qui”.
Quel che accadde è raccontato da Lett in “Rossano”. Lett descrive Nino così:

“Nino Siligato era un giovane marinaio del meridione che aveva la curiosa abitudine di parlare di se stesso sempre in terza persona. Avendo fatto il voto di non tagliarsi né barba né capelli finché la sua patria non fosse stata liberata, sfoggiava una fluente capigliatura che gli scendeva fino alle spalle e gli conferiva un’aria feroce, decisamente smentita dallo sguardo. […] Fra di noi era nata una vera amicizia. Durante l’anno trascorso, quando non eravamo che un gruppo di prigionieri, ci era venuto in soccorso più di una volta. Per il suo grande coraggio tutti i compagni lo consideravano un eroe”.

Nino fu ucciso a Codolo di Zeri, al ritorno dall’azione, insieme a suoi due compagni russi. Secondo Lett era il 20 gennaio 1945, secondo don Canessa il 17 gennaio. Il gruppo fu attaccato dai tedeschi per una delazione di un fascista di Codolo, come raccontò Mino Tassi in “Pagine pontremolesi”. Anche Tassi scrive del 17 gennaio. Il gruppo era di otto: tre riuscirono a salvarsi, un altro fu ferito e morì dissanguato in altra zona più a nord, un altro russo fu anch’egli ferito ma si salvò grazie alle cure dalle donne e del parroco di Codolo.
“Nino Siligato, il più famoso, il più bello, il più generoso, il più caratteristico partigiano della Centocroci non era più”, scrisse don Canessa.
Pochi giorni dopo le tensioni che da tempo attraversavano la Centocroci esplosero. La brigata si divise in due: la componente più “militare”, con “Richetto”, si spostò nel Parmense, la componente più “politica”, legata al Partito comunista, nello Spezzino. Non sapremo mai dove sarebbe andato Nino: se con il suo capo “Richetto” o con l’amico Bruno, più vicino a Lidia. Certo è che entrambe le Centocroci considerarono Nino il loro eroe. Il monumento eretto a Codolo nel 2001 è firmato “Le Brigate Centocroci”. E a Nino Siligato hanno dedicato vie, oltre che i Comuni di Messina e di Limina, anche i Comuni di Parma e di Spezia, mentre quello di Pontremoli gli ha dedicato un ponte.
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“Cessate d’uccidere i morti, non gridate più, non gridate se li volete ancora udire, se sperate di non perire”, ha scritto in una lirica Giuseppe Ungaretti. In un momento così difficile per la libertà e la giustizia nel mondo, dobbiamo raccogliere l’invito del grande poeta: udire la voce dei morti, la voce degli umili, dei semplici, dei dimenticati. Sono andato a Codolo, nei giorni scorsi, pensando a loro. A Nino, ai russi caduti, che non hanno un nome.
Ha ragione Paolo Galantini (Città della Spezia, 23 gennaio 2025): come possiamo dimenticarli, come possiamo celebrare l’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz senza i russi, quando fu l’Armata Rossa a liberare il campo? Bisogna udire la voce di tutti.
Vale anche per i partigiani italiani. Non si può raccontare solo la storia dei partigiani che hanno avuto la nostra ideologia. La Centocroci si divise tra due ideologie e non ha una storia: ci sono solo le storie divise delle due Centocroci. Se ne avrò le forze, scriverò la storia della Centocroci, l’unica brigata che non ce l’ha. E scriverò la storia dei partigiani anarchici spezzini, i più dimenticati di tutti. E dei partigiani russi e stranieri… Tutti si sacrificarono non perché ci dividessimo persino nella loro esaltazione, ma perché fossimo uniti a continuare la loro lotta per cambiare il mondo.