L’affermazione “solo l’Occidente conosce la Storia” è scientificamente insostenibile
La Società per gli Studi sul Medio Oriente (SeSaMO), fondata nel 1995, raccoglie centinaia di studiosi e studiose italiane e promuove in Italia lo studio delle società, storie, culture, lingue, letterature, associate alla regione dell’Asia sud-occidentale e dell’Africa del Nord. Sin dalla sua fondazione, SeSaMO ha promosso le libertà accademica e di parola, proteggendo il diritto allo studio e all’educazione di studentesse e studenti in Italia e nell’area d’interesse dei suoi studi. Nel pieno ambito delle sue competenze, SeSaMO esprime grave preoccupazione in merito alle proposte di Nuove Indicazioni per la Scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione 2025, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito in data 11 marzo 2025. L’affermazione in apertura della sezione “Storia” (p. 68), secondo la quale “solo l’Occidente conosce la Storia” rappresenta un grave falso storico e storiografico: la Storia - intesa sia come successione di eventi e processi, che come trasmissione della loro memoria e ricostruzione della loro realtà, dei loro nessi e del loro significato - appartiene all’esperienza umana e a culture che non si riconoscono nella categoria, anch’essa storicamente discussa, di “Occidente”. L’affermazione “solo l’Occidente conosce la Storia” è scientificamente insostenibile. La categoria “Occidente” delineata nelle proposte sembra suggerire una realtà ben definita, con una sua precisa essenza. Invece, la categoria “Occidente” è un’astrazione dai confini assai labili nel tempo e nello spazio. La categoria “Occidente” così proposta dalle Indicazioni ignora la tradizione ebraica, i mondi delle cristianità orientali, e anche i pilastri del pensiero scientifico e filosofico medievale, solo per citare pochi esempi di saperi e conoscenze che hanno fatto Storia. La premessa teorica delle Indicazioni, intitolata “Perché si studia la Storia”, accenna solamente ai contesti culturali ‘altri’, ignorandone la presenza, importanza, e ricchezza delle specifiche pratiche storiografiche. Se, come correttamente osservato nella citazione di Marc Bloch posta all’inizio del testo - e impropriamente usata, a nostro parere - “il cristianesimo è una religione di storici”, altrettanto dovrebbe poter esser detto, perlomeno, per l’ebraismo e per l’Islam. Limitatamente alle regioni di interesse della nostra società scientifica, basti pensare alle fertili relazioni culturali tra mondi islamici, iranici zoroastriani, ebraici, delle cristianità orientale e occidentale - che furono a loro volta fortemente influenzati dalla tradizione greca ed ellenistica, e in contatto con Asia meridionale e orientale - nei campi della storiografia e del pensiero politico. Già questo quadro così delineato fa emergere come le categorie di “Oriente” e “Occidente” siano talmente riduttive e semplificatorie da risultare mistificanti. Sembra ridondante ricordare come, nel corso dei
secoli, la storiografia europea abbia tratto imprescindibili lezioni di metodologia da Ibn Khaldun (m. 1406), tradotto e apprezzato in tutta Europa. Nelle Indicazioni figurano rimandi al “Vicino Oriente” con riferimento unicamente all’età antica o tardo-antica. Il “Vicino Oriente” medievale, moderno e contemporaneo scompare, e con esso i portati culturali, tra gli altri, di ambito ebraico e islamico. In questo modo, è la stessa rappresentazione della storia d’Italia, sebbene sia al centro dell’interesse delle nuove Indicazioni, a risultare gravemente impoverita e significativamente distorta. La reductio operata dal punto di vista scientifico si lega a una visione che cancella i contributi culturali delle regioni da cui proviene - geograficamente o per retroterra familiare - una parte significativa della popolazione scolastica in Italia; visione che quindi appare pedagogicamente debole e contraddittoria con lo stesso obiettivo dichiarato di “favorire l’integrazione” (p. 71) degli studenti con background migratorio. Problematica ci sembra, inoltre, anche l’eccessiva enfasi su “fatti”, “eventi”, e ‘“narrazioni”, unita alla relativa rigidità delle indicazioni in relazione alle conoscenze da acquisire. Questa impostazione comporta il rischio di limitare la libertà di insegnamento a precise posizioni storiografiche, che sono legittime solo se inserite all’interno di un ventaglio di opzioni. Lo spazio esclusivo dato alla dimensione politica esclude l’attenzione al dato ambientale, alle prospettive di genere, alle dimensioni tecnologiche, ad altre possibili visioni della storia, ben rappresentate negli sviluppi accademici e didatticamente feconde, come mostrato da decenni di esperienze. Se le complessità dell’esperienza umana nel tempo non possono certo essere affrontate in modo completo nel contesto della scuola primaria e secondaria di primo grado, non vanno per questo ridotte a una narrazione evenemenziale e presentata come insieme di “fatti”. Rileviamo infine con preoccupazione la poca rilevanza data in questa prospettiva allo sviluppo del senso critico autonomo degli studenti (e dei docenti) e al confronto diretto con le fonti: le esperienze didattiche dimostrano quanto non sia affatto “del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti”, come invece si afferma nel testo (p. 72). Come Società per gli Studi sul Medio Oriente, che già in passato è stata audita da Commissioni parlamentari, domandiamo a Lei, Onorevole Ministro, al Coordinatore e a tutta la Commissione di provvedere a una profonda revisione della proposta di Indicazioni Nazionali recentemente pubblicate. Associandoci anche ai rilievi analoghi proposti da altre società scientifiche e disponibili a portare il nostro contributo specifico, chiediamo che le Indicazioni definitive si muovano in direzione di un esercizio intellettualmente onesto e rigoroso, che consenta alle scuole di proporre programmi scientificamente e culturalmente coerenti con una storiografia aggiornata e non ideologicamente orientata, e che siano al passo con le acquisizioni della pedagogia scientifica degli ultimi decenni.