Sara Campanella, quando la rabbia e il dolore bruciano

Sara Campanella, quando la rabbia e il dolore bruciano

«Messina ti chiede scusa»: così il biglietto incollato a uno dei pali della luce, sopra il peluche più grande e una fila di fiori, nella strada in cui Sara Campanella è stata ammazzata, a ridosso del centro di Messina, viale Gazzi tra lo stadio e l’ospedale.

«L’abbiamo fatta mille volte, ti ricordi?», «La mattina passo di lì per andare al lavoro ma non riesco più, allora preferisco allungare e passare da sopra», «Se davvero ti fermi a quell’angolo, per favore prega anche per me»: i messaggi sul mio telefono, in questi giorni, sono di questo tenore. Viale Gazzi è la strada degli studenti del Policlinico che di lì scendono verso il mare per tornare a casa o andarsene in uno dei locali centro a chiudere nell’allegria dei vent’anni la giornata di lezioni. È una strada di traffico rumoroso, di madri che hanno recuperato i figli da uno dei plessi scolastici a monte e si mescolano con studenti carichi di vita e di appunti. Come Sara.

OGGI È UNA STRADA di surreale silenzio, sopportata dietro gli occhiali scuri da chi proprio non può fare a meno di fermarsi lì, davanti alla stazione di benzina accanto alla quale Sara è stata accoltellata. Quelli che proprio devono, e guardano nel vuoto senza guardare negli occhi nessuno, perché come fai a sostenere altro che il vuoto, in quei metri? Aspettano l’autobus per andare a lavorare o rientrare, le spalle allo stadio, allo striscione firmato da un club di ultrà: «Stefano Argentino ‘uomo’ di merda», uomo tra virgolette. Sull’altro marciapiede, in uno specchio rovesciato, un memoriale di vita per Sara: «Messina ti chiede scusa»; «Da madre, figlia, sorella, sento tutto il dolore di questo giorno»; «Sperando che sarai l’ultima»; «Non verrai dimenticata mai». Lettere, bambole, cuori di metallo, peluche. Gazzi è anche il quartiere dell’omonimo carcere dove adesso si trova Stefano Argentino, il ventisettenne che ha sgozzato Sara, non lontano dal luogo dell’assassinio. Tutto, in provincia, succede in così poco spazio che a prenderne coscienza non si riesce: la mente si rifiuta.

«Messina ti chiede scusa», una frase ingenua, forse sbagliata, forse invece fra le poche possibili in un oceano di malafede: non si possono sempre aspettare le parole perfette, non quando la rabbia e il dolore bruciano. Il rumore delle ragazze e donne che dopo l’assassinio hanno invaso la Galleria Vittorio Emanuele, storico luogo di ritrovo giovanile, era fortissimo: non ci importa dei minuti di silenzio, non ci importa di aspettare le frasi giuste, intanto non staremo mai più zitte. Non è tempo di lasciare spazio a sentenze fatte e inutili, offensive, colpevolizzanti, del tipo: basta non frequentare certa gente, intuire il pericolo, essere prudenti. È tempo di riconoscere e urlare il vero: siamo tutte vive per caso. Siamo rimaste vive perché quello convinto che fossimo di sua proprietà non aveva per le mani un coltello, perché ci ha ripensato un secondo prima, perché è toccato a un’altra.

SARA CAMPANELLA non aveva nessun legame con il criminale che l’ha perseguitata e sgozzata, uno persuaso che sorridergli fosse il dovere morale di una sconosciuta. Uno convinto che «mi amo troppo per stare con chiunque», la frase con cui oggi sono tappezzate le pensiline del tram in città, la frase che ogni madre vorrebbe sentir dire alla figlia per rassicurarsi del suo amor proprio, fosse un’offesa personale, visto che per Sara lui era proprio un «chiunque», una persona di nessuna importanza, uno a cui non riconosceva posto né ruolo. Allora noi ci ameremo sempre di più e insegneremo sempre più alle nostre figlie a non stare con chiunque, anche se qualche giornale ha osato usare la frase di Sara Campanella per una narrazione colpevolizzante della vittima: noi strapperemo ancora più forte quei giornali.

ALTRI GIORNALI hanno scritto di «motivi romantici», di «ragazzo timido e schivo», riesumando in un eterno copione la versione romanticizzata dei femminicidi su cui si fonda il patriarcato: strapperemo anche quelli, pagina per pagina, come abbiamo sempre fatto perché non sono mai valsi nulla. Strapperemo ogni narrazione distorta, violenta, necrofila che sostenga, anche allusivamente, altre colpe oltre quelle di chi alza le mani, esce di casa con un coltello in tasca, picchia, stupra, offende, uccide. Anche quelle che si infiocchettano, si pretendono al di sopra delle parti, perché c’è una sola parte da cui stare. Non è tempo di silenzio, se non per fare spazio alle poche, strazianti, parole della madre di Sara, durante la fiaccolata al rettorato dell’università, tre giorni dopo la sua morte, avvenuta lo stesso giorno di un’altra studentessa, Lorena Quaranta, ammazzata nel 2020 dentro casa dal compagno, sul mare, poco fuori città.

«Ho sempre amato la libertà. Il problema non è la libertà. Il problema sono gli uomini», si legge nel memoir L’invincibile estate di Liliana, storia vera di un femminicidio di trent’anni fa. Le parole perfette prima o poi arrivano, magari trent’anni dopo, tanti ne sono serviti a Cristina Rivera Garza per elaborare l’uccisione di sua sorella. Nel frattempo, useremo quelle imperfette, non fosse altro che per distruggere quelle sbagliate. Non staremo zitte.