La preesistenza delle risposte

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di Nino Gussio -

La semplicità è difficile a farsi se presumiamo di essere più dei limiti inerenti alla nostra umana natura, se non amiamo quel che siamo cioè relazione tra di noi, tra le cose create e con il Creatore. Senza relazioni che ci trascendono l'esistenza, la realtà in cui siamo immersi sono percepite, mancando ogni rapporto con la trascendenza, come macigni da reggere con una pena perenne. Non sappiamo nella condizione in cui ci costringiamo a stare, avendo reso l'anima cieca, come e dove possiamo posare l'infida realtà, né superare le angustie che perennemente ci accompagnano. Non sappiamo neppure come e per cosa esattamente dobbiamo vivere e tutto ci sembra ingestibile perché complesso.

In coreano, ci dice la scrittrice, premio Nobel, Han Kang, che splendore e sacro sono espressi con un'unica parola (bit) e se la traduciamo come sentimento vitale del nostro stare al mondo potrebbe semplificare l'esistenza eliminando la artificiosa complessità dell'attuale civiltà che ci induce a vivere in modo non autentico. Sempre la scrittrice Kang parafrasando Calderon della Barca, nel romanzo "La lezione di greco' scrive: "Il mondo è un'illusione e la vita è un sogno. Ma il sangue scorre e le lacrime sgorgano".

La realtà del sangue e delle lacrime non devono costituire una inappellabile condanna, la trascendenza divina del bene, del bello possono essere il nostro riscatto, la verità da sempre anteriore alla nostra ricerca di senso.

Paradossalmente le risposte preesistono alle domande se vogliamo vivere in modo autentico, sperimentando le tante possibilità ignote ma disponibili a tutti gli umani.

 

COMMENTI:

È un articolo denso e profondo. La vita, privata di relazioni che la superano - con l’altro, con il creato, con Dio - diventa un peso, un macigno. Questo è un punto cruciale: senza trascendenza, l’esistenza si appiattisce e tutto appare complesso.
"La bellezza non è che l’inizio del tremendo." troviamo nelle Elegie duinesi.
La bellezza, per Rilke, ha un carattere inquietante perché ci chiama oltre noi stessi, ci mette in contatto con l’eterno.
Il riferimento a Han Kang e alla parola "bit", splendore e sacro insieme, mi ricorda Simone Weil, "La bellezza è lo splendore del vero", ogni bellezza, ogni verità e ogni bontà è una promessa che, se accolta fino in fondo, ci conduce verso Dio.

Tina