Ogni perturbazione è uno strazio, ma non possiamo abituarci
di Fabrizio Fasanella -
Le vicende di questi giorni stanno ricalcando i confini di due mondi paralleli. Da una parte, c’è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, direttamente dallo Studio Ovale della Casa Bianca, stringe accordi da dieci miliardi con Donald Trump sull’acquisto di gas naturale liquefatto (Gnl) statunitense, oppure il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che organizza convegni sul nucleare da cui emergono proposte sul rinvio della chiusura delle centrali a carbone in Italia. Si tratta di due notizie che confermano quanto la nostra economia sia ancora strettamente e visceralmente legata ai combustibili fossili.
Dall’altra, c’è la realtà degli eventi meteorologici estremi, frutto di un clima che è andato in tilt proprio a causa dell’uso sfrenato di quei combustibili fossili che – nascondendoci dietro l’aumento della domanda di energia dovuto all’intelligenza artificiale e ai data center – facciamo ancora così tanta fatica a lasciare andare.
Ormai, anche in Italia, quasi ogni perturbazione sta diventando uno strazio, soprattutto nei periodi primaverili e autunnali. Fiumi che si ingrossano e invadono i centri abitati, montagne che si sgretolano, strade che si allagano, alberi che sembrano fiammiferi dinanzi a folate di vento superiori ai settanta chilometri orari. È la realtà che hanno vissuto questa settimana molte zone del Nord e del Centro Italia. Prima la Valle d’Aosta e il Piemonte, poi il Veneto, l’Emilia, la Toscana e alcune porzioni della Lombardia, con il Ticino che ha bussato alle porte dei cittadini di Pavia.
Giovedì 17 aprile, a Monteu da Po, nel Torinese, è morto a novantadue anni Giuseppe Bracco, il saggio falegname di paese. Era al telefono con la nipote, Elena, che ha cercato in tutti i modi di spiegargli quanto fosse vitale rifugiarsi al piano di sopra per tentare di sopravvivere alla piena del rio della Valle. A un certo punto è caduta la linea, e l’acqua ha fatto il resto. Sempre in Piemonte, per rendere l’idea, Domodossola ha raccolto 351 millimetri di pioggia in un solo giorno (fino alle 8:00 del 18 aprile), superando di circa 103 millimetri il precedente record del 25 agosto 1987.
Venerdì 18 aprile, i soccorritori hanno trovato i corpi senza vita di altre due persone, questa volta in provincia di Vicenza. Il torrente Agno, ingrossato come poche altre volte nella storia recente, ha creato una voragine in mezzo a un ponte che ha inghiottito l’automobile di Leone (64 anni) e Francesco Nardon (21 anni), padre e figlio. Lavoravano entrambi a Valdagno, nella ditta di famiglia specializzata in automazione e robotica industriale. Tante altre persone si sono rifugiate sui tetti delle proprie auto e sono state portate in salvo dagli elicotteri. Il merito è di un sistema di allarmi e soccorsi che, sulla scia delle esperienze passate, sta diventando sempre più efficiente (anche questo è adattamento climatico).
Non tocca a noi giornalisti stabilire un legame diretto tra una singola perturbazione e il riscaldamento globale di origine antropica. A quello penserà poi la scienza dell’attribuzione, la branca della climatologia che aiuta a rendere più concreta un’emergenza a volte difficile da percepire a livello sensoriale. A noi giornalisti tocca invece ricordare che questi eventi estremi si inseriscono all’interno di un trend climatico – il clima, a differenza del meteo, ragiona in termini di decenni e non di mesi, settimane o giorni – inequivocabile. A noi giornalisti tocca rinfrescare la memoria comprensibilmente corta di chi, giustamente, non maneggia ogni giorno dati, mappe e infografiche.
Proprio questa settimana, il report sullo “Stato europeo del clima nel 2024” ci ha ricordato che la temperatura media nel nostro continente è aumentata di 2,4°C rispetto al periodo tra il 1850 e il 1900. Nel 2024, le acque del Mediterraneo sono state più calde di 1,2°C rispetto alla media del 1991-2020. In Italia, sottolinea Legambiente, nel 2024 gli eventi meteorologici estremi sono aumentati del 485 per cento rispetto non al 1950, ma al 2015. L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente, uno dei nuovi hotspot globali di una crisi che non risparmia nessuno.
«Non c’è nulla di normale in tutto questo», scrive Giulio Betti, climatologo e meteorologo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), sul suo profilo Instagram. L’anomalia non è la neve ad Aosta, ma la pioggia monsonica che sta colpendo il Nord del Paese. Perturbazioni analoghe, prosegue Betti, sono causate «da un flusso di correnti molto calde e umide» e possono contare «su un blocco anticiclonico sull’Europa orientale, dove le temperature risultano 10-12°C superiori alle medie».
Ma, soprattutto, le piogge di questi giorni stanno traendo «vantaggio da un Mediterraneo cronicamente più caldo del normale». Noi esseri umani siamo dei puntini in mezzo a un violento scambio di energia tra cielo e mare. «Non c’è nulla di normale nel constatare che ormai quasi ogni perturbazione porta gravi criticità. C’è da aver paura a pensare cosa potrebbe fare una simile configurazione nei mesi autunnali stravolti dal riscaldamento climatico», conclude l’esperto.
In questo contesto, sarebbe un dramma culturale iniziare a normalizzare le vittime e i danni del riscaldamento globale. Sarebbe miope e pericoloso rifugiarsi nel primo scenario descritto all’inizio dell’articolo, ossia quello di un sistema politico, economico e industriale che continua a ignorare gli allarmi della scienza. Il clima ha una sua inerzia: anche se smettessimo oggi, di punto in bianco, di emettere gas serra, il riscaldamento globale proseguirebbe per decenni.
È tecnicamente corretto dire che sarà sempre peggio. Ma, tra adattamento e mitigazione, abbiamo ancora un importante spazio di manovra per rimodellare questo pianeta e consegnare alle prossime generazioni un ecosistema degno di questo nome. La normalizzazione della tragedia porterebbe solo assuefazione e intorpidimento, i due principali nemici del cambiamento.