Cosa sappiamo dei partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana
Ne parla Eric Gobetti
Chi erano questi combattenti stranieri
Come si sono trovati gli jugoslavi a combattere nella guerra di liberazione dal nazi-fascismo in Italia?
«La stragrande maggioranza dei partigiani stranieri in Italia erano prigionieri prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nel caso degli jugoslavi questo dato è particolarmente rilevante, e dobbiamo distinguere tra tre diverse categorie di internati.
La prima è quella dei prigionieri di guerra, cioè militari catturati nel 1941 durante l’invasione italiana della Jugoslavia. Diversi erano già stati liberati perché considerati appartenenti a Stati amici.
Per esempio, essendosi creato uno Stato collaborazionista in Croazia, i croati erano stati liberati quasi subito, così come serbi e montenegrini che avevano deciso di aderire al collaborazionismo cetnico favorevole al fascismo. Ma anche gli sloveni, dopo che metà del loro territorio era stato annesso all’Italia.
Tutti gli altri erano rimasti nei campi di prigionia, soprattutto nel nord Italia. Erano circa 20 mila al momento dell'8 settembre, quasi tutti serbi e montenegrini.
Poi c’erano gli internati civili, circa 50 mila jugoslavi deportati in Italia durante la guerra (mentre un’altra metà sul territorio jugoslavo). Erano in parte partigiani o sostenitori, in parte civili che abitavano nei luoghi della Resistenza e deportati durante le operazioni anti-partigiane, con i grandi rastrellamenti del 1942-1943.
Si trovavano nei campi non solo del nord Italia, ma anche vicino al confine orientale - quelli considerati meno pericolosi, in gran parte donne e bambini - e nell’Italia centrale - a Renicci (Toscana) e Colfiorito (Umbria) principalmente uomini adulti e per lo più partigiani.
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La terza categoria era quella degli attivisti politici, quasi tutti i comunisti. Alcuni di loro erano al confino anche da prima dello scoppio della guerra. Molto spesso si trattava di cittadini italiani provenienti dalle regioni del confine orientale (Istria, Fiume, Capodistria, Trieste), ma di nazionalità slovena o croata.
Questo apre una riflessione interessante su che cosa vuol dire essere stranieri in Italia o italiani all’estero. Un esempio su tutti è Anton Ukmar, sloveno di Trieste e attivista del Partito Comunista italiano che, dopo l’esperienza di lotta con i partigiani etiopi negli anni Trenta, divenne comandante di zona in provincia di Genova.
Dopo l’8 settembre, gli attivisti politici diventarono in gran parte partigiani ed ebbero un ruolo rilevante nella Resistenza. Degli altri, sia civili sia ex-militari, fu una minoranza quella che non tentò di tornare a casa, soprattutto gli evasi che trovarono accoglienza nelle case contadine sulle Alpi e sugli Appennini».
Che contributo hanno dato alla Resistenza
In quale zone d’Italia hanno operato questi combattenti jugoslavi?
«Per gli attivisti politici e gli ex-militari si trattò di singoli casi che operavano al Nord ma anche al Sud.
Se i primi cercarono attivamente di entrare nelle bande partigiane locali, gli ex-ufficiali dell’esercito monarchico jugoslavo no, perché erano tendenzialmente conservatori. Tuttavia, attraverso conoscenze, amicizie o il contesto locale, anche loro finirono talvolta per essere coinvolti dopo essere stati ricercati dai partigiani italiani per le loro competenze militari.
La parte più consistente si trovava nel centro Italia ed era composta da ex-prigionieri dei campi civili: i due principali gruppi erano i montenegrini Colfiorito e gli sloveni-croati di Renicci. Si trattava di partigiani o persone vicine alla Resistenza, convinti nel prendere le armi, che trovarono il supporto di molti ex-confinati, anche sloveni e croati provenienti dall’area di frontiera italo-jugoslava.
Le due cose insieme - la presenza di leader che parlavano la lingua dei popoli jugoslavi e le masse di uomini che avevano già avuto esperienza partigiana - resero di massa il fenomeno nell’Italia centrale.
Questi operarono soprattutto nelle Marche, sia in bande miste - come quella di Mario Depangher, composta da afro-discendenti, ebrei, prigionieri britannici, jugoslavi - sia in bande esclusivamente jugoslave, come quella dei montenegrini di Colfiorito. Per esempio il battaglione Tito, che divenne poi Brigata Gramsci, era guidato da un montenegrino e un commissario politico italiano.
Mentre i partigiani jugoslavi si legarono subito ai comunisti locali, visto che quasi sempre provenivano dal Partito Comunista, a volte anche gli ex-militari finirono in bande comuniste, ma solo quando erano le uniche presenti sul territorio in cui si trovarono a operare».
Come si è sviluppata questa collaborazione nel corso dei mesi?
«Fino al 1944 questi combattenti non avevano alcun collegamento con Tito. Alcuni dei partigiani di Colfiorito erano convinti di operare come unità dell’esercito partigiano jugoslavo, ma di fatto rispondevano ai comandi del CLN locale.
Quando però il fronte avanzò a nord - passando dalla linea Gustav alla linea Gotica nel 1944 - molti dei partigiani del centro Italia si spostarono a sud, dove trovarono una realtà sconosciuta ma per tanti versi straordinaria.
Tra la fine del 1943 e la fine del 1944 la Puglia diventò il centro logistico della Resistenza jugoslava, attraverso un accordo tra Tito e Churchill. In varie località della Puglia si crearono ospedali, centri di reclutamento e di addestramento, una marina e un’aeronautica militare partigiana jugoslava.
Decine di migliaia di partigiani jugoslavi si addestrarono in Puglia per un certo periodo di tempo e poi ritornarono in Jugoslavia.
È una storia incredibile quella dei partigiani che hanno combattuto in Montenegro, sono stati catturati e portati in Italia, dopo l’armistizio sono diventati partigiani nelle Marche, quando poi il centro Italia è stato liberato si sono trasferiti in Puglia per essere ri-addestrati, e infine sono tornati in Jugoslavia a combattere di nuovo come partigiani.
Praticamente hanno combattuto quattro guerre diverse in una sola, ma sempre nella stessa prospettiva partigiana».
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Quali sono le azioni che devono essere ricordate?
«I due episodi più noti avvennero nel centro Italia.
Il primo è la battaglia di Bosco Martese (Teramo) nel settembre del 1943, quando i prigionieri del campo della zona - jugoslavi e britannici - furono accerchiati dai tedeschi, ma riuscirono a vincere e costringerli alla ritirata. È una delle prime vittorie in assoluto dei partigiani in Italia, e gli jugoslavi ebbero un ruolo importante.
E poi c’è la Repubblica partigiana di Norcia e Cascia (Perugia), strategicamente rilevante perché si trovava lungo la via che congiunge Roma con il nord Italia, una linea di ritirata importante per i tedeschi. Nella primavera del 1944 fu occupata dai partigiani jugoslavi della Brigata Gramsci e mise seriamente in difficoltà gli occupanti. Fu il primo territorio liberato in Italia, da partigiani non italiani».
Una memoria travagliata
Perché la storia dei partigiani jugoslavi è stata dimenticata nella narrazione della Resistenza italiana?
«A differenza di quello che successe con i partigiani britannici o sovietici - e ancora di più con i tedeschi e austriaci - per la Jugoslavia l’esperienza partigiana era un’epopea straordinaria di cui vantarsi. La Jugoslavia era non solo una realtà multinazionale e multietnica, ma anche l’unico caso in Europa in cui la Resistenza ha liberato il Paese con le proprie forze.
E così come si vantavano di avere avuto tanti stranieri nella loro Resistenza, compresi tanti italiani e tedeschi, si vantavano anche dei loro partigiani che avevano combattuto all’estero. Era qualcosa di cui andavano fieri, perché l’internazionalismo faceva parte dell’ideologia comunista che aveva guidato la Resistenza jugoslava.
In Italia invece non è stata ricordata. Per i primi decenni la Resistenza italiana è stata celebrata soprattutto come lotta di liberazione nazionale dall’invasione straniera. La presenza degli stranieri non rientrava in questa narrazione, a maggior ragione quelli provenienti da Paesi nemici dell’Italia nel dopoguerra.
La Jugoslavia tra questi era il peggiore di tutti, perché non solo era comunista, ma per di più ebbe contenziosi territoriali con l’Italia fino al 1954 riguardo al confine di Trieste».
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Oggi ci sono le condizioni nel dibattito pubblico per riscoprire questa storia?
«In una prospettiva europeista e un po’ globalizzata, oggi c’è un certo fascino nel raccontare la presenza di stranieri nelle rispettive Resistenze.
Sugli jugoslavi continua però a persistere un problema in Italia. Anzi, si è paradossalmente aggravato. Lo stereotipo diffuso dei partigiani jugoslavi è quello dei crudeli sterminatori di italiani al confine orientale. Per cui celebrarli, di nuovo, non rientra in questa narrazione di fatto nazionalista.
Inoltre, mentre un tempo c’era uno Stato - la Jugoslavia - che voleva celebrare quei partigiani, oggi non c’è nessun Paese erede che ha particolare interesse a celebrare la Resistenza jugoslava, perché tutti si sono formati combattendo contro la Jugoslavia unitaria.
Non c’è una volontà di censura, semplicemente quasi nessuno è interessato a studiare, raccontare e rendere pubbliche queste vicende. Né in Italia né nei Paesi dell’ex-Jugoslavia».


