Dalla cappella sistina a Santa Maria maggiore

Dalla cappella sistina a Santa Maria maggiore

di Citto Saija -

Fra qualche giorno inizierà il conclave (nome bruttino) per l’elezione del nuovo papa.

Se non ricordo male, almeno fino alla elezione di Paolo VI, le chiavi della cappella sistina, dopo l’extra omnes, venivano custodite da un esponente della nobiltà romana che aveva il titolo di maresciallo e custode del conclave. I tempi sono ormai cambiati, il nobilotto romano non c’è più né esiste più la cosiddetta “guardia nobile”.

Comunque in questo momento della storia della Chiesa cattolica esiste ancora il conclave e i cardinali elettori entreranno nella Sistina invocando lo Spirito santo affinché possa guidarli nella scelta del successore di Pietro.

I cardinali saranno costretti a guardare il “Giudizio universale” di Michelangelo che certamente può essere fonte di ispirazione.

Ma dovrebbero anche guardare a quel sepolcro che sta oggi, accanto all’immagine della Madre di Dio, nella basilica di Santa Maria maggiore e nel quale riposano le spoglie mortali di papa Francesco che fu santo e profeta negli anni del suo servizio petrino.

In un precedente articolo in ricordo di papa Francesco scrivevo che tutti i membri della Chiesa cattolica (la Chiesa non è fatta solo da cardinali, vescovi, preti e teologi) hanno il dovere e il diritto (rifiutando il “chiacchiericcio” che Francesco non amava) di esprimere la propria opinione anche sulla elezione del papa.

Forse è arrivato il momento, e ne riparleremo, di studiare delle forme più partecipate per l’elezione del vescovo di Roma e papa della Chiesa universale. Il Popolo di Dio non può limitarsi solo ad applaudire.

Nella mia vita ho conosciuto (non personalmente) ben sette papi e fra qualche giorno spero di conoscere l’ottavo.

Di ciascuno dei sette papi conosciuti sono rimaste impresse nella mia memoria alcune cose essenziali.

Di Pio XII il messaggio natalizio del 1944 sulla democrazia, conosciuto e letto poi in età matura e una udienza particolare a Castelgandolfo quando ha posto me e altri giovanissimi di allora sotto la protezione del “tetragono usbergo dell’arcangelo Michele”.

Per Giovanni XXIII, giovane ventiduenne ero in piazza S. Pietro a Roma quando è stata annunziata (credo dal cardinale Canali) l’elezione del patriarca di Venezia Angelo Roncalli. Di papa Giovanni ricordo soprattutto il primo suo discorso dalla loggia di S. Pietro, l’indizione del Concilio vaticano II e le encicliche “Mater et magistra” del 1961 e “Pacem in terris “ del 1963, oggi di grande attualità.

Di Paolo VI sapevo che era stato assistente della FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) ed avevo ascoltato la sua prolusione al congresso nazionale degli universitari cattolici a Torino quando era ancora arcivescovo di Milano. Ricordo il suo dolore, da papa, per l’uccisione di Aldo Moro e le sue encicliche “Christi matri” del 1966 per la pace in Vietnam e la “Populorum progressio” del 1967 sul sottosviluppo.

Ho sempre apprezzato il suo impegno culturale per far conoscere in Italia le opere del grande filosofo francese Jacques Maritain che in Italia non era molto amato.

Di Giovanni Paolo I, morto in maniera misteriosa, ricordo solo il suo sorriso e alcuni scritti di grande semplicità e dolcezza.

Del papa polacco Giovanni Paolo II ho sempre apprezzato il suo impegno per la pace nel mondo e la sua enciclica “Laborem exercens” sul lavoro del 1981 e proprio su questa enciclica ho pubblicato a suo tempo un articolo nella rivista marxista “Unità proletaria” perché vedevo in essa dei “lasciti” marxiani. Non ho mai condiviso il blocco dei contenuti del Concilio da lui operato né la sua lotta contro la teologia della liberazione con relative punizioni e l’umiliazione in pubblico del monaco trappista Ernesto Cardenal che era stato ministro in Nicaragua dopo la rivoluzione sandinista. In anni recenti e quasi in punto di morte, Ernesto Cardenal  è stato riabilitato e riammesso al sacerdozio da papa Francesco.

Per Benedetto XVI ero ancora una volta in piazza San Pietro nel momento della sua elezione. Ero andato a Roma perché ero convinto che sarebbe stato eletto papa il cardinale gesuita Martini, arcivescovo di Milano.

Avevo apprezzato il teologo Ratzinger quando era esperto progressista al Concilio vaticano II insieme ad altri esperti di valore come Hans Kung e i domenicani Congar e Chenu. Pur stimandolo come teologo e per alcune iniziative pastorali positive non ho mai condiviso le sue posizioni conservatrici. Certamente era un uomo che amava la Chiesa e forse, ricordando il suo impegno nel Concilio, ha pensato che andava riformata e che lui non era più in grado di farlo. Con un atto di grande coraggio e forse profetico si dimise e dalla “fine del mondo” arrivò un uomo di nome Francesco.

Ho seguito l’intero pontificato di papa Francesco e tutti i suoi viaggi apostolici, sia pure in televisione. Checché ne pensi l’anziano cardinale Ruini con la sua pessima intervista al “Corriere della sera”, papa Francesco era un grande credente che sapeva annunziare a tutti il Vangelo di Cristo.

Nelle ultime ore mi ha profondamente turbato una intervista che rasenta l’eresia, rilasciata dal cardinale tedesco reazionario Muller.

Piuttosto che rilasciare interviste che riguardano il proprio “ego”, i cardinali elettori dovrebbero riflettere sulla loro responsabilità e concentrarsi nella preghiera e negli interventi da fare nelle congregazioni generali del collegio cardinalizio.

Il teologo da scrivania Muller, con la sua superbia “teologica”, offende il papa recentemente scomparso, offende il Popolo di Dio che lo amava e che è la Chiesa e parla in maniera spregiativa di alcune Chiese cristiane sorelle come la Chiesa anglicana e quella luterana. Sostiene anche in maniera teologicamente errata che “non è necessario” che i “buoni cattolici” conoscano personalmente il proprio vescovo.

Come è possibile che un cardinale con queste idee di fatto non evangeliche possa partecipare alla elezione del successore di Pietro che deve essere fedele al Vangelo di Cristo amando tutti ma proprio tutti?

Forse è opportuno che il conclave, illuminato dallo Spirito di Dio, scelga nuovamente un papa che venga dalla “fine del mondo” e i papabili possono essere tanti, soprattutto fra coloro che stanno in silenzio e non sgomitano per ascendere a quello che un tempo veniva definito il “soglio pontificio”.

Sono tanti, ripeto, i cardinali elettori che hanno le idee e la capacità di continuare, come vuole la grande maggioranza del Popolo di Dio in cammino, la riforma della Chiesa cattolica iniziata da papa Francesco. Il nuovo papa dovrebbe continuare ad essere un “pastore con l’odore delle pecore”, come amava dire papa Francesco e la Chiesa un “ospedale da campo”. Un papa che rispetti la laicità e che predichi il Vangelo senza compromessi come ha fatto il caro papa Francesco e che continui a dire a preti, a vescovi e a laici che il clericalismo è la “peste della Chiesa”.