FINO A QUANDO SI POTRÀ FINGERE DI NON VEDERE?
di Giuseppe Cucchi -
No, d’ora in poi non è più possibile tacere! Non si può più far finta di non vedere come l’azione
d’Israele nei riguardi dei palestinesi, giustificata all’inizio dall’orrore dell’attacco del 7 ottobre, sia
scivolata, ormai da tempo, prima nella pulizia etnica e poi nel genocidio.
Vi sono, infatti, alcuni dati che risultano pienamente indicativi dell’andamento attuale delle
cose. Anzitutto il rapporto complessivo fra i numeri delle perdite subite dalle due parti. Esso infatti
si avvicina ormai all’uno a cento, cifra che supera di gran lunga quell’uno a dieci che durante la
seconda guerra mondiale veniva applicato nelle peggiori rappresaglie naziste.
Senza contare il fatto che le vittime palestinesi della repressione non sono, nella maggior parte
dei casi, dei combattenti. Le Forze armate israeliane infatti, soprattutto l’Aviazione, colpiscono
indiscriminatamente civili, donne e bambini. Il secondo, è il quotidiano conto di coloro i quali
perdono la vita nel disperato tentativo di riuscire ad accedere a rifornimenti alimentari, idrici,
energetici e di tutto ciò che è indispensabile alla sopravvivenza.
Vi è una precisa intenzione politica dietro a questo eternizzarsi di uno stato di guerra che,
probabilmente, non avrebbe più ragione di esistere dopo i colpi subiti da Hamas. Che risulti esso
estremamente comodo per celare, probabilmente, disegni ben diversi da quelli che vengono
ufficialmente proclamati? In primo luogo, la sopravvivenza politica del premier Netanyahu,
impossibile da portare innanzi alla giustizia fin quando continuerà a essere il commander in chief di
questa guerra.
Inoltre, strettamente legate alle sorti del primo ministro sono quelle del suo gabinetto. Una
coalizione di partiti di estrema destra con una forte impronta religiosa, la quale ha rispolverato,
anche se non apertamente, la visione del Grande Israele. Con buona pace di quella soluzione dei
“due popoli, due Stati”, la cui prospettiva ha ingannato per decenni tanto la comunità internazionale
quanto i palestinesi dei territori occupati.
La permanenza di questo governo al potere è strettamente legata anche alle possibili soluzioni
di altri due problemi.
Il primo, di dimensioni minori, consiste nel riuscire a rendere obbligatorio il servizio militare
anche per gli ebrei ultraortodossi, al momento esentati. Si tratta però di un problema “a soluzione
unica”, e quindi in un certo senso di un non problema. Infatti, nelle attuali condizioni d’Israele, non
appare possibile perpetuare ulteriormente una diseguaglianza tanto macroscopica tra coloro che
sono al fronte e coloro che restano a casa. Malgrado la attuale resistenza, che sta assumendo in
questo momento forme sempre più decise, gli ultraortodossi appaiono destinati a perdere la loro
battaglia. Il governo in cambio non potrà far altro che cercare di rendere la legge quanto più blanda
e selettiva possibile.
Il secondo problema, molto più grave, è costituito invece dai quasi 800 mila coloni insediati da
tempo in Cisgiordania e costantemente impegnati in una politica “dei piccoli passi”, pienamente,
anche se solo ufficiosamente, sostenuta dal governo. Una politica che dovrebbe portarli a occupare
progressivamente l’intera zona attualmente gestita dalla Autorità nazionale palestinese, la quale non
dispone dei mezzi indispensabili per contrastarne l’azione.
Questo è il quadro politico generale della situazione interna del principale protagonista del
conflitto, Israele, che non esita a mettere a rischio persino la vita degli ostaggi ancora nelle mani di
Hamas, prolungando con pretesti sempre più fragili trattative ormai prive di un reale obiettivo, se
non quello di garantire la sopravvivenza a tempo indeterminato dell’attuale governo.
Inoltre, se consideriamo come il Medio Oriente rappresenti oggi un teatro operativo in cui
sono coinvolte, direttamente o indirettamente, grandi e medie potenze, diventa chiara la complessità
e frammentarietà dello scenario. In un contesto del genere risulta praticamente impossibile delineare
soluzioni di compromesso in grado di soddisfare tutte le parti in causa.
Un atto traumatico di notevole rilievo potrebbe, a questo punto, interrompere la spirale,
apparentemente senza uscita, della guerra, introducendo nella contesa elementi nuovi capaci
d’indurre le parti a più miti consigli. È probabilmente quanto accadrebbe se la maggioranza dei
paesi europei, in particolare i firmatari del trattato di Roma del 1957, si decidessero ad associarsi
alla Francia riconoscendo la Palestina come Stato.
Questa, peraltro, è la tesi sostenuta in una lettera aperta alla presidente del Consiglio da circa
quaranta ex ambasciatori italiani. Consapevoli di come i rapporti internazionali si fondino
sempre più sulla forza piuttosto che sul diritto, essi chiedono che al provvedimento vengano
affiancate, almeno temporaneamente, misure restrittive di natura commerciale ed economica, finora
mai applicate nei confronti d’Israele nonostante il suo evidente comportamento da rogue state.
I giornali ci dicono come la premier Meloni sia rimasta molto infastidita dalla lettera, una
parziale ammissione di colpa da parte di un governo che non ama vedere la sua inerzia dinanzi ai
massacri di Gaza portata alla attenzione del grande pubblico. C’è, dunque, speranza che qualcosa di
concreto possa accadere? Probabilmente no. Resta però di conforto continuare a credere di vivere
realmente, anche solo per un istante, in quella democrazia che la nostra costituzione aveva saputo
descrivere così bene.