NON DIO, MA L’UMANO È MORTO

Maurilio Colombini (Piombino, 1933) "Galli e galline" - olio su tela, cm 120 x 119

di Nino Gussio -

Le deportazioni, ordinate da Trump, degli immigrati che si sono rifugiati negli USA per avere una esistenza meno atroce rispetto a quella vissuta nei paesi di origine, sono infami quanto le persecuzioni dei nazifascisti contro gli ebrei e contro le altre minoranze etniche; grave colpa sembra voler vivere cercando salvezza nei paesi economicamente sviluppati per i diseredati, per gli ultimi della terra che aspirano al riconoscimento della loro dignità. Ma ciò che indigna oltre misura è la notizia della deportazione di un bambino di sei anni, malato di leucemia, assieme alla madre e alla sua sorellina di nove anni (paradossalmente è la sua fortuna nella disgrazia avere i suoi accanto prima di morire).

Da tempo in occidente si dice che Dio è morto ma in verità è morto l'umano sia ad occidente che ad oriente e in ogni parte del mondo. Negli Usa, in Europa, nella Federazione Russa, in Israele, in Iran, etc Dio si è allontanato da noi sempre più indifferenti o disperatamente rassegnati e le chiese, le sinagoghe, le moschee, i templi sono vuoti del mistero divino, della speranza trascendentale di noi umani; Dio, i luoghi di preghiera non sono un rifugio per isolarci dai malefici del mondo ma una ricerca di spiritualità per sostenere quotidianamente fede, speranza e carità con le quali essere presenti a noi stessi e all'intera umanità.

Se i luoghi sacri non sono utili a cambiare le nostre relazioni, ad imporre alla politica, all’ economia, trasformandoli da padroni a servi, di privilegiare il primato creaturale dell’umano è meglio chiuderli come chiudere il palazzo di vetro, sede dell'ONU in cui si riuniscono i rappresentanti dei paesi di tutto il mondo che hanno promesso di essere difensori della pace e fautori dei diritti inalienabili della persona e dei popoli. E se le carte costituzionali dei paesi più progrediti non sono concretamente rispettate è meglio riscriverle con la dovuta tensione morale per un riscatto radicale.

La libertà è un valore inalienabile perché ci nobilita e ci fa responsabili del male e del bene, perchè ci fa scegliere tra il bruto e l’umano; non vogliamo per decreto, per dogma che ci si imponga quale strada scegliere per arrivare al bene e quale male bisogna rifiutare.

E’ preferibile fare tabula rasa per un nuovo inizio anziché vivere la lenta agonia dei valori culturali religiosi e morali e sarebbe segno di una reazione rigeneratrice il rifiuto radicale di essere strumenti di un sistema di poteri che non riconosce l’unicità della persona, l’eroismo plurisecolare nel voler esseri liberi e della storia di emancipazione dall'inclemenza della natura.

Nietzsche ci dice di andare oltre l’uomo ma non con la potenza degli ordigni tecnologici, con l’imperio della politica, con la devastante rapina economica, con una pilotata mutazione antropologica per formare nuove elite di privilegiati e masse informi di obbedienti ma scegliendo la bellezza, lo spirito eroico, la conoscenza.

È facile accusare questa riflessione di irrealismo ma le esistenze di ognuno di noi, il nostro stare assieme hanno bisogno delle possibilità, non di arrivismi più o meno cruenti, per essere prefigurate nel quotidiano e liberamente progettate per il compimento evolutivo dell’uomo.

Ma questo umanesimo, romanticamente decantato, è perennemente combattuto, vinto ed emarginato da un esercizio del potere e della ricchezza sempre più brutale. La centralità della persona come artefice del proprio destino viene contestata e svalutata a favore dell’homo oeconomicus in nome di una produzione efficientista, di un consumismo conformista e alienante; conta la superficiale visibilità dell’esserci, non la dimensione spirituale dell’essere. Senza la dimensione spirituale non vi è libertà, non vi è la formazione della persona attraverso la cultura e attraverso le esperienze del reale e delle dinamiche interpersonali, l'amore che è l’amalgama di tutto questo deperisce e viene sostituito da un edonismo egocentrico, grettamente asfissiante.

“Se dovessimo continuare a combattere ne deriverebbe non solo la cancellazione della nazione giapponese ma anche la fine della civiltà umana”. Queste sono le parole che disse il 15 agosto del 1945 l’imperatore Hirohito al suo popolo prima di firmare la resa agli USA e pochi giorni dopo l’ecatombe atomica di Hiroshima e Nagasaki. Oggi 15 agosto 2025 basterebbe cambiare qualche parola per rendere attuale il funesto messaggio. Coloro che in Alaska stanno cercando di risolvere la guerra in Ucraina e coloro che in Israele stanno minacciando altre rappresaglie, altre stragi e impossibili situazioni di sopravvivenza dovrebbero modificare il messaggio come monito per se stessi e per tutte le nazioni con cui sono divisi i popoli e la terra in modo che il nuovo messaggio fosse così formulato: "Se dovessimo continuare a fare guerre ne deriverebbe non solo la cancellazione della nazione ucraina e del popolo palestinese ma anche la fine della civiltà umana". Non fermare queste guerre e le 52 guerre in corso sparse nel mondo e da tutti ignorate, non fermarne altre potenziali costituisce una universale sentenza di morte essendo la potenza dei nuovi ordigni bellici così letali da provocare la definitiva ecatombe umana, come preconizzava Carlo Cassola negli anni '70 nei suoi ultimi romanzi, quasi messi all’indice, specialmente in Ferragosto di morte. A nessuno piace essere profeta di sventure, di apocalissi ma chi governa il mondo non deve giocare a dadi sul nostro destino (nemmeno l’onnipotenza di Dio, come dice Einstein, lo fa), né puo avventurarsi con strategie azzardate e con esiti distruttivi a imporre egemonie indebite, fuori dal contesto delle necessità e delle aspirazioni umane; la pace è esclusiva esigenza umana, non calcolo politico-militare, è il diktat dell’amore per la vita.

Bisogna saperla amare la vita, sentirla unica, inviolabile in ogni umana creatura, difenderla, anche in modo violento, contro chi per sete di potere, di possedere la disprezza e la strumentalizza. Non vogliamo essere gli ottusi difensori delle ragioni di stato, né rassegnarci alle imperscrutabili esigenze del sistema finanziario e mercantilistico, non vogliamo riconoscere come nemico una umanità diversa da noi per lingua, per storia per credenze e per usanze giustificando così razzismi, violenze e rapine. Non vogliamo che le conoscenze scientifiche e i sofisticati strumenti della moderna tecnologia siano usati per distruggere e per sterminare e ci costringono ad essere vittime e carnefici.

E’ il momento, vi è l’urgenza, di far tacere, di ridicolizzare chi minaccia ecatombi nucleari e aumenta la quantità e la potenza degli ordigni. Rinneghiamo questa pace malsana, questa tregua incerta e provvisoria, mentre attorno a noi il mondo brucia, con una passione eroica, senza compromessi, riconosciamo nei leader politici, che acuiscono antagonismi e sono responsabili di conflitti bellici, degli usurpatori del bene della vita, del diritto alla pace e alla vicinanza solidale.

Dobbiamo essere tutti cospiratori del bene contro un male che si fa sistema simulandolo come condizione necessaria per poter vivere e progredire. Senza di noi essi non sono, basta un no universale di noi, famiglia umana per disarcionarli dalla loro illusoria onnipotenza, dalla loro postura di uomini della provvidenza.