Un Nobel all’inferno

"Mausoleo di Ismail Samani a Bukhara, Uzbekistan" Foto nuovosoldo.com

di Nino Gussio -

Sarebbe saggio e lungimirante per arrivare, tra la Russia e l’Ucraina, alla pace di procedere nelle trattative non secondo strategie che sanciscono vittorie belliche e mire di vantaggi politici e territoriali ma con la ferma volontà di dare ai due popoli e alle rispettive generazioni future condizioni di vita serene, opportunità di progresso civile e economico in vista di una riappacificazione che riscatti gli orrori della guerra in corso e che ripristini, pur nelle differenze e nell’autonomia, la secolare vicinanza fatta di spiritualità religiosa, di usanze e di cultura. Ma molto probabilmente, dato gli interlocutori ai tavoli, voler questo tipo di pace è un pio desiderio e le parole che lo esprimono denotano una illusione da paragonare al raglio di un asino solitario perché inascoltate essendo fuori contesto dalle attuali dinamiche politiche.

I popoli che sono lontani dai teatri di guerra non vogliono, tranne alcune minoranze, essere coscienti delle atrocità commesse, non si indignano e non si ribellano. Sono persuasi che non tocca a loro agire, ad imporre ai loro governi di usare tutti i mezzi diplomatici ed economici perchè le guerre cessino e la pace sia una inalienabile condizione per tutti i popoli subordinando a ciò alleanze e antagonismi consolidati; sembra che la pace, se non conviene come tornaconto di potere politico, non può essere prioritaria.

Esempio eclatante di questa perversione, nella quale, nonostante le istituzioni democratiche, i popoli sono in ostaggio, è la guerra israelo-palestinese o meglio il genocidio degli abitanti di Gaza dove per la netta sproporzione di forze a combattere e a massacrare vi è soltanto l’esercito di Israele mentre Hamas latita e pretende di dettare condizioni al governo di Netanyahu, in cambio degli ostaggi, allo scopo della loro sopravvivenza politica ma ad assoluto detrimento dei gazawi di cui si dichiarano rappresentanti e difensori. In questa situazioni i due milioni circa di palestinesi gazawi sono senza fissa dimora, essendo le loro case bombardate, senza alcuna garanzia di procurarsi del cibo, se non a rischio della loro vita, sono sballottati da un posto all’altro, trattati come sagome da colpire e come insetti da sopprimere o da far evacuare per bonificare il territorio per creare nuove colonie israeliane se non resort, villaggi per un turismo balneare d’elite.

Donald Trump, presidente dei democratici USA, è favorevole a questa bonifica e pretende non soltanto il premio Nobel per la pace ma anche un posto in Paradiso se i suoi sforzi riusciranno a sancire una pace qualunque tra Russia ed Ucraina. Più probabile invece, per il suo complessivo agire politico (ad esempio contro gli immigrati) è un garantito posto all’inferno nel quale sono attesi anche Putin, Netanyahu e altri meno apparenti. Lì potranno discutere e ricordare allegramente i loro bei tempi quando erano artefici delle più aberranti nefandezze.