Vite illustri di antifascisti in romanzo
di Franca Sinagra Brisca -
E’ stata un’impresa difficile, finora non tentata, romanzare la documentazione sulla vita carceraria nel reclusorio di Turi di Bari, dove vissero tragicamente i grandi antifascisti comunisti e socialisti mescolati a una popolazione vilipesa. Vi si è cimentato Cosimo Damiano Donato, poeta, drammaturgo, regista, col patrocinio letterario di Erri De Luca e Raffaele Nigro, che nel nuovo romanzo “Nessuna grazia” ricostruisce, voce narrante presente, il vissuto carcerario di Antonio Gramsci e Sandro Pertini negli aspetti di più umana intimità. Li fa rivivere in dialogo e in descrizione negli anni per loro cruciali dal 1930 al 1931, fino a traboccare nella parte finale al 1934 e 1937, concludendo col discorso di Pertini del 1955, mentre hanno fatto da prologo la Disposizione XII della Costituzione e l’omaggio di Mattarella ai due.
Il racconto è intriso dei sensi di colpa per il dolore inflitto alle famiglie, ma anche dell’orgoglio per la militanza politica, loro costretti nei luoghi per detenuti comuni e criminali, dileggiati da proposte indecenti di sottomissione alla richiesta di grazia a Mussolini, mentre la notizia quotidiana di amnistia s’intrecciava alla possibilità della revisione del processo o della commutazione di pena al confino. Era comune ai detenuti, anche inconsapevolmente antifascisti, la sfida dell’onore, riassunta nelle parole di Francesco Lo Sardo “Hanno voluto la carne e si prenderanno anche le ossa.
Io non firmo”.
Dal realismo senza ombre di eroismo del vissuto carcerario, emergono nell’ora d’aria personaggi sullo sfondo e a contorno, caratterizzati dalle diverse scelte comportamentali comunque politiche, dal contenuto di notizie trapelate col passaparola, dalla necessità intensa in tutti di superare l’ingiustizia della reclusione che si fa beffa dell’umanità di ciascuno. Significativi dell’epoca che evolve politicamente al tramonto, sono l’anarchico Luponio e un secondino: incarnano l’esempio della ribellione e del seviziatore. La vita nel carcere pullula di discussioni politiche, di incontri e scontri, punteggiata dalla presenza in lettera di molte donne, sorelle, mogli, madri, amiche che sostengono l’affettività degli uomini mentre essi mantengono la barra dritta anche nei loro sentimenti, mentre Camilla Ravera, detenuta nella vicina Trani, fa rivivere nei compagni il suo giusto percorso di lotta per l’emancipazione dalla schiavitù del lavoro domestico.
Questo nuovo romanzo, di così largo respiro, vale una lezione di vita per i contenuti di libertà agognata, per il risalto dei diritti nell’oppressione e vale un piatto nutriente di antifascismo valido per ogni tempo, coinvolgente per vitalità, e comunicando direttamente al cuore e alla mente, lambisce il fascino della leggenda tipico del romanzo letterario ben fondato nei contenuti e nella forma di storyteller teatrale.