Lettera aperta alla Rettrice e al Senato Accademico
Non sono bastate la lettera firmata da 264 docenti e le rimostranze studentesche che ci
hanno preceduto. È necessario che sia chiaro: la Palestina non può essere una nota a piè di
pagina di una seduta di Senato accademico. La Palestina deve essere la prima questione
all’ordine del giorno del Senato dell’Università di Messina e di tutte le università che ancora
oggi intrattengono rapporti con Israele.
L’Università di Messina ha stretto nel 2021 un accordo quadro con la Hebrew University of
Jerusalem che prevede interscambi di docenti e materiale di ricerca. Non ci basta soltanto
che questo non venga rinnovato: chiediamo che la Rettrice Spatari lo revochi in via
definitiva, senza possibilità di proroghe o dilazioni.
La Hebrew University è parte integrante dell’apparato coloniale e militare israeliano:
costruita su terre palestinesi confiscate illegalmente, ha storicamente beneficiato
dell’espulsione forzata delle famiglie arabe da Gerusalemme Est. Collabora stabilmente con
l’IDF e con industrie belliche nello sviluppo di tecnologie usate nella repressione nei
Territori Occupati. È nota poi la sospensione della docente Nadera Shalhoub-Kevorkian per
le sue posizioni critiche verso l’occupazione e il genocidio. In questo quadro, è impossibile
considerare la collaborazione con tale ateneo come un semplice scambio culturale: è una
scelta politica
Non è un caso che molte università italiane e internazionali abbiano già preso posizione. Il
Senato accademico dell’Università di Pisa ha interrotto un accordo analogo; Palermo ha
sospeso gli accordi Erasmus con Israele; l’Università di Bari ha dato le dimissioni dalla
fondazione Med-Or. In altri casi, come a Torino, i rettori hanno dichiarato la non
partecipazione a bandi di ricerca legati al complesso militare israeliano. Eppure, a Messina,
ci si limita a esprimere “profondo sgomento” senza assumere alcuna decisione conseguente
e senza mai nominare la parola genocidio. Ci chiediamo come si possano “fare ponti” con
chi ogni giorno distrugge le possibilità della coesistenza.
La responsabilità delle università non si esaurisce nella didattica: esse hanno il dovere di
rifiutare ogni complicità con macchine coloniali di morte, con strutture che sostengono
guerre, genocidio, apartheid. Continuare a mantenere rapporti con la Hebrew University
significa trasmettere un messaggio devastante a studenti, ricercatori e società civile: che
l’accademia può chiudere gli occhi di fronte ai crimini più gravi normalizzandoli con il
linguaggio del “dialogo” e della “cooperazione scientifica”.
Se il Senato accademico non intende sospendere gli accordi per un elementare principio di
umanità, dovrebbe farlo almeno per un’istanza di egoismo, di cui è maestro. Mantenere oggi
collaborazioni con istituzioni pienamente integrate nell’apparato coloniale e militare
israeliano non è soltanto una scelta eticamente scellerata, ma un atto illegale che espone a
conseguenze precise. Il recente rapporto della Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese
ha ribadito con chiarezza che le università israeliane sono parte integrante del sistema di
oppressione, in quanto produttrici di saperi, tecnologie e narrazioni funzionali
all’occupazione e al genocidio. Albanese ricorda che la responsabilità penale internazionale
non ricade soltanto sugli Stati, ma anche su imprese, istituzioni e dirigenti che traggono
profitto o forniscono sostegno a crimini internazionali.
A rafforzare ulteriormente questo quadro vi è la dichiarazione della Commissione
d’inchiesta ONU: «La comunità internazionale non può rimanere in silenzio sulla campagna
genocida lanciata da Israele contro il popolo palestinese a Gaza. Quando emergono chiari
segni e prove di genocidio, l’assenza di azioni per fermarlo equivale a complicità». La
Commissione raccomanda esplicitamente a tutti gli Stati membri e alle istituzioni pubbliche
di astenersi da qualsiasi attività che possa contribuire, anche indirettamente, al genocidio.
Non si tratta quindi di un gesto simbolico: si tratta di ottemperare al diritto internazionale.
I precedenti parlano chiaro: già in passato i rapporti delle Commissioni ONU hanno fornito
la base per l’apertura di indagini da parte della Corte Penale Internazionale e per l’emissione
di mandati di arresto. L’attuale rapporto potrebbe avere un destino analogo, fornendo prove
sufficienti a innescare procedimenti giudiziari contro chi, pur consapevole, sceglie di
mantenere legami con il regime genocidario e di apartheid.
L’Università di Messina è invischiata in rapporti che, oltre a macchiare irreversibilmente la
sua credibilità, rischiano di trasformarsi in responsabilità dirette davanti alla giustizia
internazionale.
Per questo comunità studentesca, come docenti e come soggettività politiche che non
intendono voltarsi dall’altra parte, chiediamo con fermezza:
1. Che la sospensione immediata degli accordi con la Hebrew University venga discussa e
deliberata nel prossimo Senato Accademico, convocato al più presto;
2. Che l’Università di Messina istituisca borse di studio dedicate a studenti e studentesse
palestinesi, come segno concreto di solidarietà e contributo reale alla libertà.
3. Che le borse di studio non solo vengano istituite e assegnate nei territori palestinesi, ma
che sia garantita ai beneficiari la possibilità effettiva di partire in condizioni di totale
sicurezza. Ciò implica l’attivazione, da parte dell’Università di Messina, in cooperazione
con le autorità competenti, di corridoi universitari dedicati, che assicurino il trasferimento
degli studenti senza ostacoli di nessun tipo. Non possiamo accettare che il diritto allo studio
venga reso vano da impedimenti esterni: sicurezza e stabilità non devono più essere barriere
che negano di fatto le opportunità dalle borse di studio.
Non si tratta di chiudere spazi di confronto, ma di non essere complici. Non si tratta di
censurare, ma di impedire che timbri istituzionali vengano apposti sulle macerie e i cadaveri
di un massacro. La storia non assolverà chi, di fronte all’evidenza, ha preferito rifugiarsi
nella più bieca retorica. L’Università di Messina si trova dinnanzi a un aut-aut: o scegliere
l’indifferenza e quindi la complicità, o divenire luogo di circolazione di saperi liberi,
decolonizzati, schierati con gli ultimi, con i dannati della terra, con i corpi che ancora
resistono al genocidio in corso, con il desiderio-di-vivere dei palestinesi.
Noi, intanto, abbiamo già scelto.
Per la fine del genocidio e dell’occupazione.
Per la libertà della Palestina.
Per la decolonizzazione del sapere; che questo abbia finalmente la forza (la potenza) di
denunciare e aggredire ogni bassezza, di non confondere i fini della cultura con gli interessi
dell’autorità, di essere, una volta per tutte, affermativo.
Coordinamento
Messina con la Palestina