Israele ha perso. Ma non basta per fermare il genocidio
Nell’autunno del 2023 Joe Biden andò ad abbracciare Benjamin Netanyahu, a portargli la solidarietà statunitense, ma anche a dargli un consiglio: non ripetete gli errori che noi abbiamo compiuto dopo l’11 settembre. Di quali errori parlava Biden? Parlava del fatto che l’azione di al Qaida aveva spinto la più grande potenza militare di tutti i tempi a battersi contro un nemico invincibile: il caos.
Chi fa la guerra al caos la perde, perché il caos si alimenta della guerra. Ma Netanyahu non ascoltò i consigli, perché la sua unica preoccupazione era difendere il suo potere e non finire in galera come meritava. Perciò sfidò il caos, e ora, dopo due anni di genocidio e distruzione, sprofonda nell’abisso in cui anche gli Stati Uniti di Trump stanno sprofondando.
Sciopero generalizzato
La mattina del 22 settembre sono andato in piazza Maggiore a Bologna, per partecipare allo sciopero e manifestazione indetta da sindacati di base, e diverse altre organizzazioni antifasciste e antisioniste. Tutto il centro e i viali della circonvallazione bloccati da migliaia di persone, soprattutto giovanissimi. Insegnanti e studenti gridavano insieme: “La scuola sa da che parte stare/ Palestina libera dal fiume fino al mare”.
In tutto il paese cortei di studenti e lavoratori hanno occupato strade piazze, stazioni e autostrade. Blocchiamo tutto è la parola d’ordine di tutte e tutti. Blocchiamo tutto contro il silenzio complice del genocidio in Palestina. Blocchiamo tutto per contrastare dal basso la vendita d’armi e gli scambi commerciali e finanziari che alimentano il genocidio. Blocchiamo tutto perché siamo l’equipaggio di terra della Sumud flotilla. Blocchiamo tutto perché le politiche di controllo e sterminio dei palestinesi sono anche un laboratorio di sperimentazione di come intendono gestire i conflitti nel mondo.
Il 22 settembre per la prima volta abbiamo partecipato ad uno sciopero generalizzato. Non è stato il solito sciopero, ridotto a semplice rappresentazione delle rivendicazioni di questa o quella categoria del lavoro, sia perché ha coinvolto una moltitudine di soggetti ben oltre il lavoro formalmente riconosciuto, sia perché ha provato a rompere le reti della produzione, che attraversano i territori e la vita.
Blocchiamo tutto è l’unico linguaggio utilizzabile per incidere sulla produzione, l’unico linguaggio che politicanti ed affaristi comprendono. Per questo il 22 settembre in tutta Italia, sono stati bloccati porti, strade, stazioni ferroviarie. Di fronte a queste azioni di sciopero ed alla enorme partecipazione moltitudinaria, fino ad un certo punto il ministero degli interni ha preferito usare un basso profilo, tanto che per esempio si è riusciti ad occupare i binari a Napoli ed a Torino.
Un dato irreversibile
Credo che gli eventi degli ultimi giorni – soprattutto la decisione della Gran Bretagna (il paese che più di ogni altro porta la responsabilità dell’instaurazione di un stato intrinsecamente genocida nei territori di Palestina) segnino un dato irreversibile: Israele ha perso.
Ha perso sul piano diplomatico, ha perso nell’opinione pubblica mondiale.
Solo i peggiori razzisti – statunitensi, italiani e tedeschi – si rifiutano ancora di riconoscere la realtà: che nessuno può più accettare che un governo di assassini abbia fatto della morte il simbolo della civiltà occidentale.
Questo non basta per fermare il genocidio. Ma basta per dire che i nazisti di Sion camminano ormai sull’abisso. Non si sono ancora accorti di non avere più la terra sotto i piedi, e continuano a uccidere civili. Continuano ad aggredire e distruggere le comunità palestinesi della Cisgiordania. Continuano a parlare di annessione dei territori. Ma fino a quando potranno ignorare che in tutto il mondo Israele è sinonimo di furia sterminatrice colonialista?
Naturalmente la sconfitta di Israele apre scenari di cui ignoriamo l’evoluzione possibile: non si dimentichi che centomila coloni sono stati armati da Bezalel Smotrich (leader del Partito Nazionale Religioso-Sionismo Religioso, partito di estrema destra, ndr).
E ora?
Cosa accadrà di questo stato genocida quando la popolazione, largamente nazificata, si renderà conto del fatto che gli ostaggi sono stati consegnati alla morte da Netanyahu e dai suoi ministri fascisti? E che il 7 ottobre è accaduto un massacro che il governo di Israele aveva previsto, cui aveva aperto le porte nella speranza di andare alla resa dei conti con Hamas dopo qualche decina di morti? I morti furono invece milletrecento. Netanyahu dovrà risponderne, come dovrà rispondere della morte degli ostaggi.
La disintegrazione di Israele diverrà allora lo scenario più probabile.