Siamo impastati della stessa creta
Luciano Ceschia (Tarcento, 1925 – Udine, 1991) "Senza titolo" - litografia su carta, cm 47 x 63
di Nino Gussio -
La materia umana ha bisogno dell’impalpabile, del problematico per sottrarsi al cieco arbitrio della natura. la volontà di andare oltre alle necessità ci libera dalla precarietà e ci sottrae al vuoto esistenziale e ci pone in relazione con il tutto della creazione e ci consente di intuire nella contemplazione l’eterna infinità.
Essere atei è una domanda che non sa trovare risposta pur attendendola, è una provocazione ad un Creatore che non riusciamo a comprendere. Paradossalmente vogliamo che sia Lui a nostra immagine che è ben misera, circoscritta in un vissuto di paure, di ignoranza e di coercizione egoistica.
Siamo stati creati a dare amore, non a ricevere il suo, secondo le nostre contraddittorie esigenze, che è insito per sempre nelle sue creature, che la nostra coscienza ci deve rivelare. Non diamo amore, comprensione, empatia mentre ci relazioniamo e ci dedichiamo alla conoscenza. Vogliamo più potere, più visibilità, più agio economico e così facendo costruiamo il quotidiano inferno che per la sua ineluttabilità sembra cosa normale, necessaria; anteponiamo alla condivisione del pane quotidiano, dei diritti alla libertà, alla gioia dello stare assieme come appartenenti della famiglia umana il mito della ricchezza, della forza che deleghiamo ad una elite che agisce in modo arbitrario e violento non rispettando le nostre esigenze di pace e di benessere.
Viviamo così in un irrilevante dimensione esistenziale, spiritualmente vuoti, lontani da Dio perchè lontani dall’umano e dalla terra, madre di tutti i viventi e privi di senso, ripetitivi nei pensieri, negli atti, negli affetti.
Siamo bloccati in un presente alienato e privo di orizzonti, di una via uscita, in uno smarrimento senza punti di riferimento per aver fatto deperire i valori, gli ideali dell'umanesimo laico e religioso. Se le parole non hanno passione profetica sono come foglie morte, non aprono alla speranza, non suscitano la fede per andare oltre l'inedia delle nostre immobili esistenze.
II vivere è voler far accadere gli eventi, non subirli è dettato dalla paura, dall’aridità spirituale, lasciare che le cose accadano. E’ un abdicare a se stessi, allo specifico valore umano di essere liberi nello scegliere tra il bruto e l'angelico. e nel seguire, come destino virtù e conoscenza.
La natura ci vuole ad un tempo paurosi e brutali per istinto di sopravvivenza, scegliere di amare ci spinge ad usare noi stessi per conoscere, per essere artefici del nostro destino. Il fine non è la nostra persona ma la relazione tra il finito e l'infinito di cui la coscienza è ad un tempo agente e agita.
Tutto ciò che è nella realtà del mondo e dell’universo, l’essere delle cose, si manifesta nel divenire e nella relazione trova la originaria unità della creazione. Non vi è moralità secondo natura, essa è indifferente alle nostre esigenze, al modo con cui costruiamo l’esistenza.
Se il creatore ci avesse voluto soggetti solo alle leggi naturali ci avrebbe dato altri modi e altri mezzi per stare al mondo. Ci ha dato la consapevolezza di noi come soggetti liberi e responsabili per essere più della nostra materia corporea, per prefigurare altri modi, altre possibilità per esprimere lo spirito vitale che come persona ci fa unici in tutte le relazioni generatrici di senso.
Lo spirito vitale si identifica con il bene, il male non dovrebbe appartenerci e la morte dovrebbe essere rifiutata e lasciata come unico esito finale; amiamo la vita anche se la morte è ben presente perchè il bene non ha limiti essendo il lascito divino e morale al nostro esserci.
Gesù è venuto in mezzo a noi per insegnarci che il bene è amore che dà grazia e bellezza e illumina il lato oscuro della natura come ha ben detto frate Francesco ne "Il cantico delle creature". Gesù ha patito e gridato sulla croce il dolore di noi tutti e la sua pasqua di resurrezione è togliere la pietra tombale dalla inettitudine del cuore e della mente. Conoscere è uscire da se scoprire e sentire l’amore come felice stupefazione, legarsi alle cose create per sentire la potenza e l’armonia, il socratico e il freudiano "conosci te stesso" non è la semplice consapevolezza dei propri limiti, né scoprire i condizionamenti delle proprie pulsioni e inibizioni ma un processo di liberazione, un eliminare le ambiguità che ci rendono instabili, collocati tra il bruto e l’angelo.
Bisogna che le possibilità siano valutate al pari e assieme ai limiti, agli errori del vissuto affinché la libertà non diventi arbitrio autolesionista e la conoscenza e le fedi non siano falsificazioni mitiche.
L’umiltà, il senso della misura sono necessari a definirci persone libere e animose nell'essere presenti a se stessi, al prossimo e al mondo. La fede unisce terra e cielo, il dubbio ci inquieta ma non può farci giungere alla desolante convinzione che tutto si conclude nel tempo e nello spazio terreno. Siamo più della materia di cui siamo impastati, il lievito è lo spirito che ci fa sentire creature dell’eterno divenire, dati al mondo per esserne coscienza, la mente non contraddice lo spirito se non privilegia su tutto il fare e l’avere, non vi è separazione nell'unità, costruiscono il nostro destino, nella irresolutezza del bene contro il male ci consegniamo all’infelicità, al terrore della crudeltà.
Non è sola questione di libertà scegliere tra il bene e il male, il bene è l’unico orizzonte possibile, la scelta morale nasce quando dobbiamo conciliare il proprio bene, l’amore per se stessi con il bene del prossimo ovvero dell'intera umanità che purtroppo, essendo ottusamente capaci di poco amore, sentiamo distante e spesso nemica.
Pur essendo fatti della stessa creta, pur avendo le stesse fragilità, le stesse necessità vitali, le stesse aspirazioni alla felicità, lo stesso desiderio d’amore non siamo capaci di conciliare empaticamente il personale vissuto con quello che ci sta accanto, la specie umana è sentita come una astrazione concettuale, non come una appartenenza necessaria e radicale; amare gli altri è una pesante croce, dice Pasternak e noi stentiamo a reggere la nostra. Non ci sentiamo ispirati dalla bellezza della vita, non ne sentiamo la drammaticità. L'alienazione conseguente ci isola, non risolve i contrasti con le pulsioni inconsce e rende le relazioni strumentali, anche quelle amorose. L’ego si trova in una condizione coercitiva, mancando una corrispondenza dialettica tra l’es e il super-io è costretto ad indossare la maschera del conformismo violento. Non ci siamo liberati dalla innata crudeltà, l’odio, la violenza sono i cardini con i quali si reggono le istituzioni statali e sono espressioni del disagio sociale che a causa della irrilevanza personale, di un anonimato reificante genera una afasia morale e spirituale.
Nel marasma della perdita di valori religiosi, morali e culturali non vi è sentore di una alternativa ai fatti, alla narrazione del presente, nessuno più si dichiara ateo per ribellarsi all’iniquità del nostro stato naturale, della perenne ingiustizia sociale, politica economica mascherata dalla falsificazione delle verità salviiche e vitali. A nessuno interessa definire la dimensione umana, gli intellettuali, tacitati dallo strapotere tecnologico, inseguono successi e prebende; è tutto spettacolo, esposizione di mercanzia spesso fasulla perchè priva di passione. La libertà almeno in occidente si riduce alla vanità dell’esibizione del proprio stile di vita, è la ricerca di occasioni da coglier secondo il proprio egoismo e non la scelta di formare la persona nell’amore, nella conoscenza nel voler appartenere a qualcosa che è più del proprio io; non viviamo di solo pane ma ci accontentiamo di vanitose futilità. Ribellarsi è giusto ma se non si hanno intime forti motivazioni al massimo ci si indigna e tutto rimane desolatamente come prima, una immensa intercontinentale palude dove il gracidare imperioso delle rane leader di stati, dominatori della tecno-economia assorda, con l’ausilio dei mass-media, le anime e depotenzia le volontà. Eppure non tutto è da considerarsi disperatamente inappellabile, il genocidio perpetrato a Gaza ha risvegliato le coscienze di molti cittadini del mondo, soprattutto giovani, il criminale funambolismo di Trump, il perverso bellicismo antistorico di Putin, l'ipocrita inanità europea, i conflitti creati ad arte in ogni parte del mondo per confutare i diritti dei popoli , la coercizione planetaria delle libertà personali hanno delegittimato moralmente e politicamente l’apparato di potere che regge il mondo.
I cambiamenti sono lenti e sottotraccia e mentre i sovranisti, i neofascisti beceri populisti dilagano nel mondo con ottuso violento arbitrio e cantano vittoria si sta preparando la loro indecorosa fine e di coloro che dietro le quinte li manovrano. La loro fine è inscritta in un prossimo futuro se vogliamo che le cellule tumorali del malaffare economico, della brutalità sociale della risorgente violenza politico-militarista non si trasformino in metastasi. Poichè il personale è politico e l'conomia, la tecno-scienza non possono essere separati dal bene della vita, fermare il decorso della metastasi dipende esclusivamente da ognuno di noi. Dobbiamo sconfessare, esautorare i signori delle guerre che immagazzinano armi così letali da prefigurare la morte planetaria dei viventi, dobbiamo imporre che solo l’amore, la libertà, la conoscenza ci liberano dalla minorità naturale, non il profitto, non il devastante sfruttamento della terra, la ricerca della felicità è nelle nostre facoltà, fa parte della nostra indole e niente e nessuno deve costringerci a diventare vittime-carnefici in nome di poteri infestati dalla disumanità.