I danni del ciclone in Sicilia nascono più dal cemento che dal meteo
Adesso qualcuno deve pur dirlo. Adesso che è passato il ciclone, anzi l’uragano, anzi la tempesta.Adesso che i sindaci hanno riaperto le scuole, che siamo usciti dalle nostre case e abbiamo visto la devastazione: le mareggiate, le onde alte oltre dieci metri, le strade crollate, i binari che finiscono nel nulla, l’acqua arrivata fin dentro i centri urbani, che, come nelle canzoni di Fabrizio De André: «sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente». Adesso che, di nuovo, ci prepariamo alla conta dei danni – mezzo miliardo di euro, la prima stima – adesso qualcuno deve pur dirlo: il mare, il mare violento, il mare sciagurato e malmostoso, il mare senza redenzione, si è ripreso tutto quello che è suo.
Il ciclone Harry, ribattezzato da alcuni come un vero e proprio uragano mediterraneo (medicane), ha colpito la Sicilia orientale con violenza inaudita, travolgendo le coste e l’entroterra con piogge torrenziali e venti che hanno superato i 100 km/h.
Gli effetti sono stati devastanti: la furia del mare ha generato mareggiate con onde oltre i dieci metri, che hanno inghiottito tratti di costa già fragili e compromessi. Infrastrutture vitali sono state messe in ginocchio: strade, ponti e viadotti sono crollati o sono stati resi impraticabili; intere sezioni della rete ferroviaria costiera sono state spazzate via, con i binari che ora finiscono nel vuoto. Porti e lungomari sono stati sommersi e l’acqua salmastra è penetrata per centinaia di metri all’interno dei centri urbani. Città come Catania, Siracusa, Ragusa e Messina e i loro rispettivi litorali sono state le più colpite, con l’evacuazione di centinaia di famiglie e intere comunità rimaste isolate.
Il ciclone Harry non ha solo portato distruzione, ma ha messo a nudo le conseguenze di aver costruito a ridosso del mare, in spregio alle leggi della fisica e della prevenzione. Perché è inutile parlare di devastazione senza parlare delle cause. E le cause non stanno solo nel cambiamento climatico, che pure c’è e morde, ma in decenni di incuria, di cemento senza criterio, di abusivismo costiero in Sicilia tollerato, sanato, premiato.
I numeri dell’abusivismo costiero siciliano sono noti, ripetuti, archiviati, dimenticati. Interi tratti di litorale sono stati mangiati dal cemento: seconde case, villette, stabilimenti, muretti, scogliere artificiali improvvisate, opere di protezione che proteggono solo il singolo e accelerano l’erosione del tratto successivo. Un domino perfetto, ma al contrario.
Il mare fa il suo mestiere. Avanza, arretra, si riprende gli spazi che gli sono stati sottratti. Non è cattivo, non è vendicativo: è la natura. A essere irresponsabile è stato l’uomo, con la complicità della politica. Perché in Sicilia l’abusivismo non è mai stato solo un reato edilizio: è stato un sistema, una forma di welfare distorto, un bacino elettorale. Prima si costruisce, poi si aspetta il condono. E il condono, puntuale, arriva o almeno viene promesso.
È qui che la tragedia naturale diventa tragedia politica. Ogni mareggiata straordinaria diventa l’alibi per chiedere lo stato di calamità, i ristori, i fondi emergenziali. Mai, o quasi mai, per mettere mano alla prevenzione vera: arretrare le costruzioni, demolire l’abusivo, restituire spazio alle dune, rinaturalizzare le coste, pianificare seriamente l’adattamento climatico. Operazioni impopolari, costose in termini di consenso, quindi rimandate. Fino alla prossima tempesta.
In queste ore la domanda rimbalza ovunque: lo Stato ci sarà? Verrà dichiarato lo stato di calamità naturale? Probabile. Necessario. Ma mentre qui si spalano fango e macerie, mentre famiglie vengono evacuate e intere comunità restano isolate, il ministro delle Infrastrutture trova il tempo per rilanciare sul Ponte sullo Stretto. «Pensiamo se lo avessimo avuto in queste ore di mare in tempesta con i traghetti fermi», ha detto Matteo Salvini.
È difficile immaginare qualcosa di più inopportuno. Non tanto – o non solo – per la polemica politica, ma per la fotografia che restituisce di una distanza siderale dai bisogni reali dei territori. Da vicepresidente del Consiglio e ministro con delega alle infrastrutture, oggi ci si aspetterebbe altro: risorse immediate per mettere in sicurezza strade crollate, porti allagati, ferrovie interrotte; interventi rapidi per ripristinare i servizi essenziali; investimenti seri in prevenzione e adattamento climatico. Non slogan, non rendering, non grandi opere evocative mentre le piccole – quelle decisive – cadono a pezzi.
L’abusivismo costiero in Sicilia non è una patologia occasionale, ma una condizione cronica. Un’infezione che dura da decenni e che oggi presenta il conto più salato proprio quando il mare torna a fare il mare. Migliaia di immobili illegali affacciati sulla costa hanno stravolto paesaggi, compromesso ecosistemi delicatissimi e reso interi tratti di litorale fragili come cartapesta. Il cosiddetto cemento selvaggio fronte mare, sommato a un consumo di suolo che non rallenta, ha moltiplicato i rischi idrogeologici e ridotto drasticamente la capacità naturale di assorbimento e protezione del territorio.
Lo dicono da anni i rapporti di Arpa Sicilia, Ispra e Legambiente. Nel 2024 la Sicilia ha registrato un consumo netto di suolo pari a 773 ettari: un dato impressionante, che concentra i suoi effetti soprattutto lungo le province costiere meridionali e orientali. Non è solo una questione di numeri: è la fotografia di un territorio che impermeabilizza se stesso, che sigilla il suolo proprio dove servirebbe lasciarlo respirare.
Il totale del suolo consumato nell’Isola ha raggiunto quota 168.431 ettari, il 6,56 per cento dell’intera superficie regionale. Tra il 2023 e il 2024 l’incremento netto è stato dello 0,48 per cento, superiore alla media nazionale. Province come Ragusa e Catania guidano questa crescita, spesso legata all’urbanizzazione costiera e, sempre più, a grandi impianti fotovoltaici a terra, che da soli hanno occupato oltre 270 ettari. Nel frattempo, dei 1.088 chilometri di coste censiti, ben 662 risultano urbanizzati: più del 60 per cento. Una percentuale che in molti tratti nasconde o convive con l’abusivismo.
Qui il quadro diventa ancora più grave. In Sicilia si stimano circa 250.000 immobili abusivi, un’enormità. Di questi, almeno 30.000 vengono ciclicamente indicati come «potenzialmente sanabili», formula ambigua che alimenta l’illusione dell’impunità. Secondo Openpolis, 46 abitazioni su 100 presentano irregolarità edilizie. Nel solo 2024 i reati legati al ciclo illegale del cemento sono stati 1.180, uno dei dati più alti d’Italia. Ma il vero scandalo sta dopo: solo il 19 per cento delle ordinanze di demolizione viene eseguito. A Catania si scende al 5 per cento. Il resto resta lì, affacciato sul mare, in attesa della prossima mareggiata o del prossimo condono.
Il ciclone Harry non ha fatto che togliere il velo. Ha mostrato cosa succede quando il mare incontra una costa violentata, ristretta, irrigidita dal cemento. E ha reso evidente che ogni sanatoria promessa, ogni demolizione mancata non è solo un errore amministrativo: è una scelta che moltiplica i danni, oggi e domani. Perché il mare non dimentica. E, prima o poi, torna a riprendersi tutto.
Il ciclone Harry, adesso, presenta il conto. Cinquecento milioni di euro è la prima stima dei danni, una cifra provvisoria, destinata quasi certamente a crescere. È il prezzo della ricostruzione, e siamo solo all’inizio. Ponti, strade, ferrovie, porti, lungomari: pezzi di Sicilia che dovranno essere rimessi insieme in fretta, sotto la pressione dell’emergenza e della comprensibile richiesta di tornare alla normalità.
La Regione Siciliana promette iter veloci, procedure snelle, meno burocrazia. Parole che, in astratto, suonano rassicuranti. Ma in Sicilia, lo sappiamo bene, la linea che separa la velocità dalle scorciatoie è sottile. E spesso viene superata. L’urgenza diventa alibi, l’emergenza si trasforma in deroga permanente, il «fare presto» scivola nel «fare comunque». Così accade che dove prima c’era un chiosco spazzato via dal mare, domani possa sorgere un risto-bar più grande, più solido, più vicino all’acqua. Che una struttura provvisoria diventi definitiva. Che la ricostruzione non serva a correggere gli errori, ma a consolidarli.
È una dinamica antica, già vista: si ricostruisce esattamente dove non si sarebbe dovuto costruire, si impermeabilizza ancora, si stringe ulteriormente lo spazio del mare, in attesa – inconsapevole o rassegnata – della prossima mareggiata. L’emergenza, in Sicilia, è spesso stata un’occasione mancata. O peggio: un’occasione colta per rifare tutto com’era, ma con più cemento. Harry non è solo un evento meteorologico estremo. È uno specchio. Ci dice che continuare così costa troppo, non solo in termini ambientali ma anche economici. Cinquecento milioni oggi, chissà quanti domani. La vera scelta, adesso, non è tra ricostruire o non ricostruire. È tra ricostruire meglio o ricostruire peggio. Tra arretrare e ostinarsi. Tra imparare finalmente qualcosa o limitarsi a rattoppare, aspettando la prossima tempesta. Perché il mare, questo, lo abbiamo capito: torna sempre. E ogni volta chiede interessi più alti.