Torino e il dissenso come problema del potere

Torino e il dissenso come problema del potere

di Emilia De Rienzo -

Torino non è stata solo il teatro di una manifestazione; è stata un laboratorio a cielo aperto che rivela lo stato di salute del nostro sistema. Più che un confronto democratico, ciò a cui abbiamo assistito è stato un banco di prova per un potere che sembra aver smarrito la capacità di ascoltare, preferendo misurarsi con la piazza esclusivamente attraverso i parametri dell’ordine pubblico.

Erano in ventimila. Tre cortei hanno attraversato una città militarizzata, preparata come se dovesse fronteggiare un’invasione nemica: camionette, identificazioni a tappeto, quartieri trasformati in zone rosse. Eppure, dentro quella “minaccia” percepita, c’erano famiglie, studenti, anziani partigiani e movimenti ecologisti. C’erano le voci di chi chiede il diritto alla casa, la fine dell’economia di guerra e la libertà per la Palestina.

Quando la gestione di una piazza parla solo il linguaggio della repressione, il dissenso smette di essere considerato una componente fisiologica della vita pubblica per essere trattato come un problema di polizia.

La manifestazione nazionale “Torino partigiana” affonda le sue radici nello sgombero di Askatasuna di dicembre. Ma ridurre questa storia a una cronaca di sigilli e occupazioni significa, deliberatamente, non voler vedere.

Dal 1996, Askatasuna non è un semplice edificio: è un’infrastruttura sociale che ha colmato i vuoti lasciati dallo Stato. Laddove le istituzioni si sono ritirate, sono nati corsi di italiano per migranti, ciclofficine, lotte contro il caporalato e reti di mutuo soccorso. Questo mutualismo non è un esercizio teorico, ma una risposta concreta a bisogni inevasi che il potere oggi sembra voler cancellare per ristabilire un decoro che somiglia troppo al deserto sociale.

In piazza c’erano soprattutto i giovani. Una generazione che non chiede concessioni, ma il diritto di esistere e di partecipare a un mondo fondato su uguaglianza e giustizia. Il nodo politico non è la ricerca di un capro espiatorio, ma l’incapacità delle istituzioni di accogliere il conflitto come elemento vivo.

Difendere gli spazi sociali oggi non significa idealizzarli, ma proteggere l’idea che la società debba avere dei luoghi in cui il pensiero critico possa farsi corpo e comunità.

Il disciplinamento di scuole (leggi anche Basta censura, lettera dal liceo Albertelli) e università indicano una direzione precisa. Non è solo una questione di colori politici: stiamo assistendo a una contrazione dello spazio del possibile.

La guerra all’esterno e la chiusura degli spazi di dissenso all’interno sono le due facce della stessa medaglia; una logica di esclusione che vede nel pensiero divergente un ostacolo al funzionamento di una macchina sempre più rigida.

Torino ha mostrato un’altra idea di città: non quella competitiva e sorvegliata, ma una città fatta di legami e diritti. Una città che non chiede sicurezza come controllo poliziesco, ma come giustizia sociale — perché la vera sicurezza non nasce dalle grate alle finestre, ma dalla certezza di un futuro degno, di un tetto e di una comunità che non ti lasci solo.

Gli episodi di tensione avvenuti a margine del corteo vanno condannati; tuttavia, usarli strumentalmente per criminalizzare un movimento così vasto è un atto di codardia politica che serve solo a evitare il merito delle questioni poste.

Una società che non sa più abitare il conflitto, ma cerca solo di sopprimerlo, è una società che ha smesso di educare e ha iniziato solo a punire. E un potere che ha paura dei propri giovani è un potere che ha già perso la sua legittimità morale.


Post di Rita Rapisardi, giornalista del manifesto:

“Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque. La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione. Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”. Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli: Askatasuna in corteo: «Siamo in 50 mila». Poi partono gli scontri.