IL TRIO DI DACIA MARAINI

di Vanessa De Pizzol

Il confinamento primaverile, il primo che l’umanità abbia mai conosciuto su scala globale, ha aperto una nuova stagione per tanti scrittori che hanno deciso di scrivere della pandemia con esiti molto diversi. Oltre a riportare alla luce romanzi fondativi (La peste di Camus ha riscosso un incredibile successo di pubblico), questo periodo di fermo ha rappresentato un’opportunità unica per scandagliare con rinnovato sguardo l’Uomo e i rapporti talvolta imperscrutabili che lo reggono in vita.
Questo quadro calza perfettamente con il progetto romanzesco Trio. Storia di due amiche, un uomo e la peste a Messina, portato avanti dalla Maraini mentre il pianeta tratteneva il respiro. Trae lo spunto da una cronaca della peste a Messina, curata dallo storico Orazio Turriano. Il materiale allora raccolto per la stesura del romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa e in parte già pubblicato (Un sonno senza sogni, 2006), è servito alla Maraini per la creazione di questo breve romanzo di un centinaio di pagine. Come riporta la scrittrice nella nota al lettore, il meccanismo della diffusione della peste messinese nel 1743 fu pressocché lo stesso di quello che colpì la città di Marsiglia nel 1720. “Il 20 Marzo era approdata in città una tartana, un piccolo veliero, che veniva dalla Grecia. Le autorità chiesero quanti marinai ci fossero a bordo e il capitano disse che erano dodici. Ma alla conta risultavano undici. Il responsabile portuale ne domandò la ragione (...) e il capitano rispose che uno dei marinai era morto in viaggio per una malattia di cuore. (...) Misero i marinai in quarantena (...). Due giorni dopo il capitano della nave si ammalò e morì. Sul suo corpo si trovarono i segni della peste. A questo punto la loro nave fu sequestrata con tutto quello che c’era dentro. Intanto altri marinai si ammalarono. E per quanto tenuti in quarantena, il contagio si diffuse oltre le mura del lazzaretto non si sa come e qualche tempo dopo cominciarono ad ammalarsi i cittadini di Messina. In poche settimane ci fu una ecatombe, per quanto le autorità fossero severissime nel cercare di fermare l’epidemia. La gente scappava rifugiandosi in campagna e la malattia si spandeva per l’isola, anche se nelle altre città apparve solo in forma leggera e fece pochi morti”. Questo breve romanzo è tutto giocato sul carteggio delle due amiche fuggite da Messina e Palermo, dove è già arrivata voce della diffusione dell’epidemia, per rifugiarsi l’una a Castanea e l’altra a Casteldaccia. Nessuna inventiva quindi nell’architettura narrativa che porta il lettore dal maggio del 1743 fino all’aprile del 1744 e gli propone con una simmetria perfetta due ritratti femminili in apparenza assolutamente opposti, legati dal filo rosso delle letture e dell’amore per lo stesso uomo. Agata è la donna sposata con Girolamo, da cui ha anche avuto una bimba (Mariannina) e conduce tutto sommato una vita rangée. L’amica Annuzza, l’amante di Girolamo, rappresenta l’indipendenza e la libertà. Ognuna delle due guarda alla vita dell’altra con invidia e nostalgia per quello che non ha e non può offrire all’uomo conteso e questa relazione triangolare rimane sospesa senza via d’uscita, e senza soluzione drammatica. Condividono le loro letture citando pilastri letterari (Aristotele, Calderon, Molière, Rabelais) e inserendo riferimenti colti nella descrizione della loro vita.
L’interesse del racconto sta semmai nei personaggi secondari: Antonio, un ubriacone, che non riesce a combinare nulla con la bella cugina Annuzza e l’inglese bislacco Kellogg accolto da Agata, che si becca la peste. Peccato che il quintetto non abbia suonato per il lettore la sua musica assordante.