MESSINESI?

MESSINESI?

di Giuseppe Rando -

Un salto nel passato.

Il mio amico José Gambino, geografo, innamoratissimo – quasi quanto me – della nostra città, soleva ripetere con disappunto, già nei primi anni della nostra docenza magisterina, che Messina è una «città sul mare» ma «non di mare».

E io, cariddoto inurbato, gli «infuocavo la posta»: «Molti messinesi manco si rendono conto dell’enorme quantità di pesci – mio padre parlava di 169 tipi – che vivono nelle acque dello Stretto, e si contentano di mangiare fettine di pescespada e acciughe, o un polpo “alla luciana” quando gli va bene. D’altra parte, i giovani cercano il posto fisso in banca o al Comune e nessuno vuole più fare il pescatore: il piatto piange. Né gli amministratori fanno qualcosa per invertire la rotta. E però oramai il mare e la gente di mare sono guardati con «dispitto», dall’alto in basso, dai cittadini piccolo borghesi che vivono in città.

Il che comporta, peraltro, sul terreno socio-economico, uno spreco incredibile di risorse umane».

Il mio amico geografo annuiva, con convinzione.

«Per non dire – aggiungevo infervorato – della totale ignoranza che i nostri colleghi e i giovani in particolare mostrano nei confronti dei venti (nessuno distingue più lo scirocco dal Libeccio, né tampoco il maestrale del grecale, il “ventu cavaleri” dei nostri nonni) e delle correnti marine (confondono, come nulla fosse, “muntanti” e “scinnenti” e ignorano del tutto il loro legame con le fasi lunari)».

José quasi piangeva.

«Altro che Pasolini – urlavo senza ritegno: qui c’è stata una vera, effettiva, inaudita mutazione genetica: i messinesi, nel giro di pochi anni, hanno perso il mare, i venti, i pesci, gli animali, i campi e sono diventati esangui impiegatucci piccolo borghesi, poveri quaquaraquà, manipolabili dal potere».

E qui cominciavano i nostri «lai» contro la scuola degradata, l’Università avulsa dalla realtà e dal territorio, la politica ladrona, incapace di creare le condizioni per il progresso effettivo della gente e dei luoghi: autentiche palle al piede, invero, che frenano da decenni lo sviluppo della città. Lo sviluppo può venire dal mare – dicevamo – ma purtroppo Messina è una città sul mare, non di mare.

Oggi, quarant’anni dopo.

Il mio amico geografo Josè Ganbino, che ha progettato, per Messina,  il più grande acquario del Mediterraneo (già approvato da vari enti istituzionali), spera nel cambiamento e in un possibile rilancio del turismo e dell’economia messinese: «Ci sono, dice,  segnali positivi – il risanamento del forte Gonzaga, l’apertura della via don Blasco nonché la restituzione ai cittadini della fascia costiera occupata dall’ex Fiera Campionaria che potrebbe diventare la più bella passeggiata a mare d’Italia – ma ancora non si è verificata un’inversione di rotta complessiva, in grado di contrastare il gravissimo decremento demografico degli ultimi anni e la fuga senza ritorno di moltissimi giovani messinesi dalla città dello Stretto».

Io, dal mio cantuccio, spero e dubito, ma non mi rassegno.

E i messinesi che fanno?

I messinesi mangiano, dormono e sinni futtunu del mare e non solo.