Sara Teresano, la scultrice del tempo
di Dominga Carrubba - Il laboratorio dove le pietre parlano…
Sono braccia distese verso terra o tenute in tergo, sono braccia che porgono per dare, sollevare, condividere il tempo che nasce, muore e si rinnova in stagioni che la natura disegna sui volti manifesti, avvicenda nei luoghi di Madre Terra o suggerisce all’anima soffiata in ciascuno che si presenta alla vita prima crisalide e poi farfalla meravigliata, spaurita, libera e purificata nel trasalire alla Quinta Stagione.
Tornare a distanza di qualche anno nel laboratorio di Sara Teresano, in Via Placida n.3 a Messina, in occasione dell’evento “appuntamento per primavera”, proposto dall’Artista per dare la possibilità di scrutare la polvere da pietre plasmate in definite Nebulose di travertino e alabastro, sospese tra galassie luminescenti o stelle morenti, oppure in allegoriche figurazioni che scandiscono il tempo con le cinque stagioni sostanziate in giovinetti composti da marmo, arenaria, sebucina, terracotta, sale, quarzite, polistirolo.
Ecco che i disegni tratteggiati catturano lo sguardo dalle pareti alle sculture parlanti della vita germogliata da semi corrugati in pieghe sofferenti o levigati in forme denudate e fragili, contenenti e contenuto di bellezza che nutre il corpo e lo spirito.
“Soltanto la poesia, l’ho imparato terribilmente, lo so, la poesia sola può recuperare l’uomo, persino quando ogni occhio s’accorge, per l’accumularsi delle disgrazie, che la natura domina la ragione e che l’uomo è molto meno regolato della propria opera che non sia alla mercé dell’Elemento”. (G. Ungaretti)
La poetica scultorea di Sara Teresano modella l’Elemento in simbiosi con l’essenza umana, che nasce e si scopre nelle stagioni della vita, attraversata da l’accumularsi delle disgrazie e deformata dalla miopia usata dalla ragione verso la natura e l’Altro.
Dalla primavera con ali di farfalle all’estate dotata di cornucopia dispensatrice verso
la nave, vale a dire l’Uomo moderno che “Resta solo, pari a sé, uno scroscio che si perde… Si rinnova…”
Va la nave, sola
Nella quiete della sera.
Qualche luce appare
Di lontano, dalle case.
Nell'estrema notte
Va in fumo a fondo il mare.
Resta solo, pari a sé,
Uno scroscio che si perde...
Si rinnova …
(Giuseppe Ungaretti)
Con questa poesia la scultrice messinese fissa il suo tempo sopra una lavagna in pietra lavica e alabastro. È la memoria che scolpisce l’adolescenza e la giovinezza in età scolare coi primi numeri imparati – 1,2,3,4,5 poi casualmente tradotti in cinque stagioni – un teorema algebrico, la formula chimica dell’acqua, una paperella ed una lumaca che ricordano la maternità.
Si leggono anche parole in greco antico, tra le quali ἀχλύς, nebbia o tenebra, che avvolge la nave dell’Umanità digitale, anaffettiva e tanto disorientata da non ritrovare la quinta stagione della rinascita nell’Iperuranio dei valori umani.
Quale valore vorrebbe vedere germogliare dai uno dei semi scolpiti? - chiedo all'Artista.
Il rispetto, perché non si può andare contro la natura - risponde Sara Teresano.