Quale Natale

Gelindo Crivellaro (Cavarzere, 1949 - Cavarzere, 2017) "Paesaggio ascolano" 1990 - t.m. su tela, cm 80 x 70

di Nino Gussio -

Se l’anima non si apre alla bellezza, al mistero divino il buio sarà perenne e le luminarie di questo imminente Natale, ancora una volta, lo rimarcheranno.

A livello sociale si nota che non festeggiamo la nascita del divino bambino perchè terra e cielo siano uniti ma, con tracotanza egoistica, esprimiamo il trionfo dell’avere e dell’apparire secondo modelli di vita vuoti di spiritualità e incentivanti al consumismo che nei periodi delle feste natalizie raggiungono l’apoteosi.

L’ottusità del cuore e della mente di molti di noi si traveste di una religiosità distratta e superficiale che non lascia spazio ad una riflessione sul senso del nostro esserci nel mondo, su quali verità vogliamo fondare le nostre relazioni. Siamo comunque capaci di amare i nostri figli, le persone care ma senza prospettive al di là dell’ambito familiare ed amicale, il nostro amore non è pregnante di speranza, di fede, di solidarietà.

Il Natale mal vissuto non riesce ad esprimere l’essenza della nostra creaturalità, se esistiamo non per la ricerca di una verità ma per cogliere occasioni convenienti alla sola dimensione materiale. In un passato non tanto remoto il Natale era sentito, radicato nelle esistenze dei cristiani europei, non era un sabba di opulenza ma un modo di riscattare le fatiche, i dolori, le precarietà dell’anno, era ad un tempo attesa e speranza. Dio scendeva sulla terra nella corporeità di un bambino per ribadire la sua presenza, per sacralizzare la creaturalità dei viventi. Solo l’amore era la cifra della festa da cui scaturiva la gioia per essere in festa nonostante le pene, le violenze subite. Il presepe non era un fatto solo devozionale, era anche un modo di esprimere l’appartenenza ad un mistero divino a cui si affidava il tempo e lo spazio dell’esistenza terrena, la gioia della festa nasceva dal sentimento di unione con Dio e la capanna del presepe dove nella mangiatoia vi era il bambino Gesù manifestava l'universalità dell'evento; non era, (non è), un fatto identitario nazionale ma un riconoscersi componenti della famiglia umana desiderosa di salvezza e di consolazione.

Oggi viviamo in un perenne frastuono di voci, di opinioni, in una economia così invadente che reifica i desideri, gli stili di vita, abbiamo perso il bisogno di autenticità, cerchiamo di essere visibili secondo le apparenze, non secondo le scelte ideali e culturali.

Nietzsche annuncia la morte di Dio e ignora che è, non avendo alternative per dare un senso fondante alla nostra umanità, la morte spirituale, annichilente per la persona.

La volontà di potenza l’abbiamo tradotta in un esercizio di potere per lo più arbitrario e non nel raggiungimento di una pienezza dell’essere umano come affermava Spinoza che poneva l’etica come necessario orientamento per la totale liberazione dalle false credenze, come presenza pregnante di Dio nell’infinito universo, come ricerca del bene che ci trascende ma è la via obbligata per essere nel mondo.

Nel totale disorientamento oggi siamo frastornati da una dilagante chiacchiera che produce opinioni contrastanti, disunità sociale e endemica violenza. La verità proclamata da Gesù ci rende liberi ma se è strumentalizzata alle logiche del potere, se viene usata per escludere, per giustificare guerre e razzismi cessa di essere tale e festeggiare il Natale appare un pretesto blasfemo.

Nella cattolica Italia il cristianesimo sembra un modo d'essere di una minoranza e andare a messa nella notte del 25 dicembre è scelta e consuetudine di una minoranza che inneggia al Dio della vita, dell'amore come un atto di resistenza, più o meno inconscio contro il dilagare dell'apatia spirituale, contro l'indifferenza alle efferatezze attuali.