Un esercito di donne tesse la pace

Un esercito di donne tesse la pace

di Angela Maria Trimarchi -

Il 25 aprile 1945 cos’è stato?

«Un esercito regolare che si arrese ad un esercito di popolo». Mirella Alloisio, nome di battaglia Rossella in ricordo dei fratelli Rosselli, tra le ultime voci di quel momento storico, testimone delle Resistenza in Liguria, così definisce il 25 aprile nella sua breve e sofferta testimonianza.

Un’insurrezione generale proclamata da Sandro Pertini, allora partigiano e membro del CLN, dai microfoni di radio Milano Libera: «Cittadini, lavoratori, sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o morire».

Di quell’esercito di popolo facevano parte le donne, che vennero escluse da molte delle sfilate partigiane nelle città liberate.

«Dopo l’8 settembre si parlava di cosa fare. Siamo state proprio noi ragazze che volevamo fare qualcosa. Molti hanno cominciato ad andare in montagna. Oh, mi piacerebbe di far la staffetta e andare anch’io in montagna!», diceva Lina Baroncini.

Ma il riconoscimento storico non c’è stato e si è lasciato nell’ombra il loro operato, così come testimonia Lidia Menapace, nome di battaglia Bruna: «Togliatti disse: “E’ meglio che le ragazze non sfilino. Il popolo non capirebbe”».

Quel popolo non capiva perché ideologicamente plagiato. La donna nel ventennio fascista aveva, infatti, vissuto la dicotomia lacerante di una doppia immagine: da una parte angelo del focolare, regina della casa, per sua essenza ontologica destinata al lavoro di cura, madre, moglie, sorella. Ma anche diabolicamente preda dei più bassi istinti. La donna non doveva lasciare le pareti domestiche, nemmeno per recarsi al lavoro.

“Se fossero state a casa- pensavano e dicevano o lasciavano intendere molti – non sarebbero state deportate! I guai sono andati a cercarseli!”. “Non erano partigiane! Partigiani erano gli uomini che avevano accanto!” E anche ambiguamente: “Chi sa cosa avranno fatto lassù!”.

Per non destabilizzare lo stereotipo del maschio- guerriero, le ragazze vennero così escluse non solo da molte delle sfilate partigiane nelle città liberate, ma anche dalla storiografia.

«Nel 1965 Liliana Cavani per la prima volta dava voce alla presenza della Resistenza femminile» con il documentario, Le donne nella Resistenza.

Sono operaie, con stipendi dimezzati rispetto ai maschi, che hanno rifiutato la tessera del partito fascista. Una di loro racconta che trovò nella busta paga la tessera e la paga decurtata di cinque lire. Quando disse che rifiutava la tessera venne deferita al Tribunale speciale.

Sono donne che hanno sfidato il regime scioperando o sabotando e che sono finite nell’inferno di Ravensbrück. Molte tra loro, prima di entrare nel campo, non avevano formazione politica, la acquisirono grazie alle “maestre in Lager”, specialmente alle detenute francesi.

Chi ha una formazione politica o una famiglia antifascista contesta il regime e il manifesto della razza. Così Lidia Menapace e sua sorella nel 1938 si interrogano sul perché le loro compagne ebree, Ester e Ruth, non andranno più a scuola: «Non sarà mica una malattia infettiva essere ebrei? Perché, l’unica ragione per cui stavi lontano da scuola era se avevi il morbillo o la scarlattina».

Il riconoscimento venne trent’anni dopo: si parla, infatti, di Resistenza taciuta; la partecipazione delle donne non fu un contributo ma un’adesione larga e consapevole.

«Io – racconta Bianca Paganini Mori - dicevo un giorno a una classe che la donna fu la linfa della Resistenza, perché senza la donna la Resistenza non avrebbe potuto essere. È alle donne che i partigiani dovettero tutto. Da chi ricevevano aiuto? Non dagli uomini, perché gli uomini non c’erano più, ma delle donne che a loro portavano da mangiare, offrivano le case, li curavano, li avvisavano in caso di pericolo, li sottraevano alla cattura.»

Il loro ruolo nella Resistenza diede soprattutto i suoi frutti con due importanti risultati: il diritto di elettorato attivo e passivo.

Dopo il 2 giugno del 1946, ventuno donne fecero parte dell’Assemblea Costituente e si impegnarono affinché i diritti, che il fascismo aveva loro negato, fossero garantiti dalla neonata Repubblica.

Tra loro Teresa Mattei, nome di battaglia Chicchi, che espulsa da tutte le scuole del Regno per non aver voluto assistere alle lezioni in difesa della razza, da staffetta partigiana passò alla lotta per i diritti delle donne e dei bambini. A Teresa Mattei dobbiamo quel “di fatto” aggiunto al secondo comma dell’art. 3 Cost., che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza.

A Teresa Noce, nome clandestino Estella, anche lei deportata per un breve periodo a Ravensbrück, dobbiamo la prima legge di Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri.

Lina Merlin, che dopo l’8 settembre prende parte alla guerra di liberazione ed organizza i “Gruppi di difesa della donna”. Eletta alla Costituente, sembra si debba a lei se l’articolo 3 recita oltre a “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” la precisazione “senza distinzione di sesso”. Tra le sue iniziative parlamentari si ricorda quella per l’abolizione delle “case chiuse”, che entrò in vigore nel settembre del 1958.

Queste donne dimostrarono che la Resistenza, al di là della retorica della memoria, è stata e può essere un progetto per la pace e la libertà nelle pari opportunità. Oggi più che mai, mentre una donna, capo del governo di una destra retrograda, sta cancellando le donne e i loro diritti.

«In un mondo che pare votato a uno stato di guerra permanente, solo in seno alla società civile potranno nascere visioni e progetti politici alternativi, perciò occorre rigenerare la memoria e farne un perno del pensiero e della lotta».

Il progetto di tessitura di arazzi e di relazioni “10 100 1000 piazze di donne per la pace” lega le donne della Resistenza italiana alle donne di tutti i paesi tormentati dalla guerra.

Noi del “Coordinamento donne CGIL Messina” saremo a Roma il 21 giugno a Piazza Campidoglio con un lavoro di cucitura condivisa in una grande manifestazione pacifista.

Mentre la madre di Cosimo, il barone che ruppe le relazioni con i genitori e si rifugiò tutta la sua vita su un albero, ricamava la guerra, noi tessiamo la pace: «Nostra madre stava ritirata nelle sue stanze a fare pizzi e ricami a filé, perché la Generalessa in verità solo a questi lavori tradizionalmente donneschi sapeva accudire e solo in essi sfogava la sua passione guerresca. Erano pizzi e ricami che rappresentavano di solito mappe geografiche; e stesi su cuscini o drappi d’arazzo, nostra madre li punteggiava di spilli e bandierine, seguendo i piani di battaglia delle Guerre di Successione, che conosceva a menadito. Oppure ricamava cannoni, con le varie traiettorie che partivano dalla bocca da fuoco, o le forcelle di tiro, e gli angoli di proiezione, perché era molto competente di balistica, e aveva per lo più a disposizione la biblioteca di suo padre il Generale, con trattati d’arte militare e tavole di tiro e atlanti. […] le era rimasta quella paterna passione militare, forse per protesta contro suo marito».

Calvino, il partigiano, attraverso la ribellione di Cosimo e le frustrazioni della madre, che ricama la guerra che non può fare in quanto donna, prospetta due modi di fare per essere: su un albero in armonia con la natura e su cuscini e drappi per rendere concreti i propri sogni.

Un esercito di donne stanno tessendo nelle piazze sogni di pace per “essere”, perché una nuova Resistenza è possibile.