G8: il passato che non passa

G8: il passato che non passa

di Luca Cangemi -

Nel venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Carlo Giuliani e della selvaggia repressione del movimento contro il G8 a Genova, Turi Palidda ci regala un libro (25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, edizioni Multimage) che compie un’operazione difficile e necessaria: vedere quei giorni importanti dentro processi lunghi di costruzione di strutture, pratiche e culture repressive che attraversano l’intera storia nazionale. Detto in altri termini, il volume di Palidda, con un eccezionale sforzo di sintesi, ci offre, in un numero tutto sommato limitato di pagine, una ricostruzione completa e coerente delle pratiche di dominio delle classi dirigenti italiane, colte da un punto di vista specifico ma fondamentale: l’attitudine repressiva, le modalità e gli apparati con cui essa si è storicamente sviluppata. Un tema di valore storico straordinario ma anche di bruciante attualità politica, laddove il dibattito pubblico e anche tragici episodi di questi giorni, ci consegnano un quadro in cui l’elemento della repressione e della violenza statuale conferma la sua centralità.

Il libro offre una cornice interpretativa di grande rilevanza il cui elemento centrale è l’intreccio tra dimensione nazionale e dimensione internazionale.

In un Paese come l’Italia le classi dirigenti nazionali perseguono i propri interessi all’interno di un perimetro posto dal contesto internazionale. Questo elemento è nel libro non solo assunto con coerenza, ma anche assai bene articolato nei vari passaggi storici, in riferimento alla costruzione e all’azione degli apparati repressivi.

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Copertina 25 anni dal G8, di Turi Palidda

All’interno di questo quadro interpretativo gli spunti di discussione e i temi di ricerca sono ovviamente assai numerosi. Tre mi sembrano particolarmente rilevanti: la componente coloniale dei paradigmi repressivi, la “continuità” del fascismo, il significato dei giorni del G8 di Genova in una prospettiva lunga guardando il percorso storico precedente ma anche i venticinque anni successivi.

1. Turi Palidda individua con precisione il ruolo dell’esperienza coloniale nell’attitudine repressiva e nei metodi impiegati nella storia lunga delle classi dirigenti italiane. Il colonialismo italiano in Africa Orientale, in Libia e nei Balcani (area geopolitica, quest’ultima, dove la presenza italiana assunse caratteristiche integralmente coloniali, ideologie razziste incluse) non solo ha compiuto crimini infami, ma è stato brodo di coltura di metodi, apparati e personale amministrativo-militare che è poi diventato protagonista della repressione interna contro le classi subalterne: dallo Stato liberale a quello fascista, fino al suo ampio traghettamento nel periodo repubblicano. Nella repressione dei popoli colonizzati e nel tentativo di cancellare le loro ragioni e le loro identità, si sono sperimentate, per così dire, in forma pura e incondizionata, le coordinate di repressione di tutti i subalterni, che poi sono state importate anche sul territorio metropolitano. Nell’atteggiamento repressivo verso i migranti rivediamo, in modo cristallino, dispiegato questo approccio coloniale, che oggi si salda con l’israelizzazione degli apparati di sicurezza. Persino il meccanismo che ha giustificato e occultato la storia coloniale italiana – quello sintetizzato nell’espressione «italiani brava gente», che dipingeva un colonialismo minore e inoffensivo – è stato esteso per mistificare la natura generale degli apparati di forza del nostro Paese nelle varie fasi storiche, delineando un atteggiamento mite puntualmente smentito dai dati reali.

2. La derubricazione del fascismo a semplice parentesi della storia nazionale e l’attenuazione dei suoi caratteri oppressivi – veicolate anche dall’ambigua formula di «totalitarismo imperfetto» – sono tesi che, per quanto contestate sul piano storiografico, hanno lasciato nel senso comune condizionamenti profondi. Oggi queste narrazioni vengono vigorosamente riprese nella disgraziata fase politica attuale. Il libro di Turi Palidda, proprio per l’ottica adottata e per l’analisi di lunga durata che dispiega, costituisce un contributo molto importante a contrastare queste costruzioni ideologiche, che hanno fatto e continuano a fare molto male. In particolare, l’analisi della continuità tra apparati fascisti e apparati repressivi ricostituiti nel dopoguerra (soprattutto dopo l’ingresso nella NATO) risulta decisiva. Qui assume rilevanza fondamentale quanto si accennava prima sulla cornice internazionale: la continuità negli apparati repressivi – e la tragica continuità nei metodi, testimoniata dai numeri di morti, feriti e arrestati durante le mobilitazioni delle classi subalterne – è certamente specchio della continuità delle classi dirigenti capitalistiche del Paese. Tuttavia, di fronte al sommovimento della Resistenza, tale continuità è stata possibile solo grazie all’intervento precoce (già prima della fine della guerra), continuo e pressante degli apparati inglesi e statunitensi. Si trattò di una scelta politica netta, precoce e comune, in chiave antisovietica e anticomunista, che traghettò larga parte degli apparati nazifascisti nei nuovi apparati atlantici. Ciò accadde in Italia, ma anche in Germania (dove il «nuovo» capo dei servizi segreti della Repubblica Federale era il vecchio capo dei servizi segreti nazisti sul fronte orientale), così come per i fascisti dell’Europa orientale e persino per i giapponesi (militari nipponici organizzarono il regime di Chiang Kai-shek a Taiwan).

3. Il ruolo degli eventi attorno al G8 di Genova occupa, in quest’ottica di lunga durata, un posto particolare. Nella repressione delle mobilitazioni genovesi ritroviamo squadernate tutte le caratteristiche della repressione analizzate da Turi Palidda nel loro lungo e articolato farsi, persino negli aspetti secondari (i canti e le ingiurie degli agenti durante le violenze, cosa dimostrano se non una radicata e diffusa subcultura razzista e fascista a oltre mezzo secolo dalla Liberazione?). Non inedita è anche la dimensione internazionale (chiarissima) della repressione del movimento contro il G8. Nuovo è però il contesto storico che si apre. Il sangue di Genova anticipa un’era di sangue. Nel luglio 2001 è ormai agli sgoccioli il sogno ideologico della «fine della storia», dell’unipolarismo statunitense accettato dal resto del mondo e di una globalizzazione capitalistica trionfante anche culturalmente. Si apre un’era in cui il capitalismo deve ricorrere alla guerra e alla violenza per colmare i deficit di egemonia (e di valorizzazione del capitale) che emergono con sempre maggiore forza. Mancano solo 53 giorni all’11 settembre.