TEH ODYSSEY

GRISTOFER NOLAN RACCONTA IL VIAGGIO DI TUTTI NOI?

Martedì 21 Luglio, al The Screen Cinemas di Messina, si è svolto il primo appuntamento dello “Screen Talk”, un format basato sulla visione e il dibattito del film in questione e della tematica trattata, all’interno di esso. Come evento pilota, è toccato a “The Odyssey”, la nuova trasposizione cinematografica dell’opera di Omero diretta da Christopher Nolan (regista di film come Oppenheimer, Interstellar, The Prestige, Il Cavaliere Oscuro, ecc.). A moderare il format, se ne è occupato Giorgio Maria Aloi, critico cinematografico della Redazione www.nuovosoldo.com e collaboratore di varie testate giornalistiche, e per l’occasione sono venuti due ospiti accademici preparati provenienti dall’Università degli Studi di Messina: il professor Giuseppe Ucciardello, docente di Letteratura Greca, e il professor Federico Vitella, docente di Storia del Cinema. Visto l’evento svolto, ecco la recensione della nuova pellicola di Nolan: The Odyssey.

"Un classico non smette mai di dire ciò che ha da dire". Con queste parole Italo Calvino spiegava il motivo per cui alcune opere riescono a superare il tempo e continuano a parlare alle generazioni future. Ed è probabilmente questa la ragione per cui, dopo quasi tremila anni, l'Odissea di Omero continua a essere raccontata, studiata e reinterpretata. Cambiano le epoche, cambiano i linguaggi e cambiano gli autori, ma alcune storie mantengono intatta la capacità di interrogare l'essere umano. Per Christopher Nolan, quell'occasione ha un nome preciso: The Odyssey, l'adattamento cinematografico di uno dei testi più importanti della cultura occidentale. Un'opera che il regista non si limita a trasporre, ma che rielabora attraverso il proprio immaginario, trasformandola in qualcosa di profondamente personale. Nolan non cerca il compromesso con il poema originale e non punta a una semplice ricostruzione del mito, ma sceglie di dialogare con Omero attraverso il proprio linguaggio cinematografico.

In questo senso si potrebbe dire che The Odyssey sta a Christopher Nolan come l'Odissea sta a Omero. Non una copia dell'opera di partenza, ma una nuova interpretazione capace di conservarne lo spirito più profondo e di trasformarlo attraverso una sensibilità contemporanea. La prima cosa da chiarire è che Nolan non realizza un semplice film mitologico. Il suo interesse non è soltanto raccontare mostri, battaglie e imprese leggendarie, ma concentrarsi sull'uomo che si nasconde dietro l'eroe. Il suo Ulisse non è una figura invincibile, ma un uomo segnato dalla guerra, dalle proprie scelte e dal peso delle conseguenze. Il viaggio verso Itaca diventa quindi qualcosa di più complesso: non soltanto un ritorno a casa, ma un percorso interiore alla ricerca della propria identità.

È un approccio che appartiene profondamente al cinema di Nolan. Come aveva trasformato il mondo dei supereroi in un racconto criminale e psicologico con The Dark Knight, come aveva raccontato la guerra attraverso la percezione del tempo in Dunkirk, come aveva usato la fantascienza per parlare di amore, perdita e sacrificio in Interstellar e come aveva raccontato il peso delle proprie azioni in Oppenheimer, anche qui il regista utilizza un grande racconto per parlare dell'essere umano. Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui Nolan si confronta con la struttura narrativa dell'opera originale. L'Odissea di Omero, infatti, non è un racconto lineare: il poema parte dal presente di Ulisse lontano da casa e ricostruisce il passato attraverso il racconto dell'eroe. Nolan riprende proprio questa caratteristica e la trasforma nel proprio linguaggio cinematografico.

La narrazione non lineare non è quindi soltanto una scelta stilistica, ma un vero dialogo con Omero. Nolan non adatta soltanto ciò che viene raccontato, ma anche il modo in cui viene raccontato. I salti temporali, i ricordi e il montaggio di Jennifer Lame costruiscono un viaggio fatto di memoria, trauma e conseguenze. Il passato ritorna continuamente nel presente perché Ulisse non deve soltanto attraversare il mare, ma affrontare ciò che quel viaggio ha lasciato dentro di lui. È una scelta che richiama opere come Memento, dove la memoria diventa il centro della narrazione, o Dunkirk, dove tre linee temporali differenti costruiscono un'unica esperienza emotiva. Ancora una volta, per Nolan, il montaggio non è soltanto tecnica, ma parte del significato dell'opera.

Dal punto di vista tecnico, The Odyssey conferma la filosofia cinematografica del regista. Nolan sceglie un approccio realistico, affidandosi a location reali, effetti pratici e a un uso ridotto della CGI. La spettacolarità nasce dalla concretezza delle immagini, dalla sensazione che quel mondo possa realmente esistere. La fotografia di Hoyte van Hoytema restituisce un universo cupo, solenne e malinconico. Il mare non è soltanto uno spazio geografico, ma diventa una rappresentazione dell'incertezza e della trasformazione interiore di Ulisse. La colonna sonora di Ludwig Göransson assume un ruolo fondamentale: è come la colonna che sorregge un tempio greco, sostiene ogni momento del film, amplifica il senso epico del viaggio e accompagna la parte più intima del protagonista.

Un elemento particolarmente affascinante è il ruolo delle location italiane. La Sicilia, con luoghi come Favignana, Lipari, Vulcano e Panarea, non è soltanto uno sfondo suggestivo, ma diventa parte integrante del racconto. Il Mediterraneo di Nolan non è una semplice cartolina, ma un luogo antico, misterioso e concreto. Questi paesaggi restituiscono quella sensazione di viaggio verso l'ignoto che appartiene al poema di Omero, trasformando la natura in un elemento narrativo.

Al centro della storia c’è Matt Damon nei panni di Ulisse. La sua interpretazione evita di trasformare il protagonista in un semplice eroe leggendario. Questo Ulisse è fragile, tormentato e segnato dalle esperienze vissute. La vera battaglia non è soltanto contro i nemici incontrati lungo il cammino, ma contro il peso della propria memoria. Anne Hathaway dà vita a una Penelope forte e centrale, lontana dalla classica figura della donna che aspetta passivamente il ritorno del marito. La sua forza nasce dalla resistenza al tempo e all'assenza, diventando il simbolo di ciò che Ulisse vuole riconquistare. Tom Holland interpreta Telemaco, un ragazzo costretto a crescere senza il padre e a costruire la propria identità lontano da lui. Il rapporto tra padre e figlio rappresenta uno dei punti emotivamente più riusciti del film.

Zendaya offre invece una lettura particolare di Atena. Nolan sembra allontanarsi dalla semplice rappresentazione della divinità onnipotente per trasformarla in una presenza più ambigua e psicologica. La dea potrebbe essere letta anche come una rappresentazione del senso di colpa di Ulisse: una figura che lo accompagna, lo guida e allo stesso tempo gli ricorda continuamente il peso delle sue scelte. Robert Pattinson interpreta un Antinoo volutamente spregevole. Arrogante, manipolatore e privo di scrupoli, è un personaggio capace di suscitare nello spettatore un desiderio molto semplice: vedere arrivare il momento in cui Ulisse tornerà a Itaca per affrontarlo. Anche le polemiche nate intorno alla scelta di Lupita Nyong'o nel ruolo di Elena dimostrano quanto spesso il dibattito cinematografico si concentri più sull'apparenza che sulla sostanza. Alla fine è il talento dell'interprete a dare valore al personaggio, non il pregiudizio verso una scelta di casting.

Oltre ai protagonisti principali, The Odyssey può contare su un cast corale che contribuisce a rendere ancora più ricco e sfaccettato il mondo creato da Nolan. Samantha Morton interpreta Circe con un equilibrio perfetto tra fascino e ambiguità, trasformando una figura mitologica in una presenza capace di riflettere anche il conflitto interiore di Ulisse. John Leguizamo dà profondità a Eumeo, simbolo della fedeltà e del legame con la vita lasciata alle spalle dall’eroe, una delle poche certezze rimaste durante il lungo percorso verso Itaca. Eliot Page interpreta Sinone, personaggio fondamentale nel mito del Cavallo di Troia, restituendone l’intelligenza, la capacità di manipolare gli eventi e quella sottile ambiguità che lo rende una figura difficile da giudicare. Non è soltanto colui che permette ai Greci di entrare nella città nemica, ma rappresenta anche il confine sottile tra astuzia e inganno, uno dei temi centrali della storia di Ulisse.

Jon Bernthal e Benny Safdie, nei ruoli di Menelao e Agamennone, restituiscono invece il peso della guerra di Troia e delle sue conseguenze sugli uomini che l’hanno combattuta, mostrando come il conflitto abbia lasciato ferite profonde anche nei vincitori. Charlize Theron, nei panni di Calipso, aggiunge una dimensione più intima al percorso di Ulisse, rappresentando la tentazione di una vita alternativa e il contrasto tra il desiderio di fermarsi e la necessità di continuare il viaggio. Ogni personaggio, anche quelli che hanno un ruolo più breve, contribuisce a costruire un’Odissea meno legata soltanto all’avventura e più concentrata sulle emozioni, sulle scelte e sulle ferite lasciate dal cammino. Perché il viaggio di Ulisse non è fatto soltanto di luoghi da attraversare, ma soprattutto delle persone che incontra e che, nel bene e nel male, cambiano il suo percorso.

Le differenze rispetto al poema originale sono evidenti, ma rappresentano una precisa scelta autoriale. Nolan non vuole sostituire Omero, vuole dialogare con lui. Il Cavallo di Troia diventa soprattutto il simbolo dell'intelligenza di Ulisse, della capacità di vincere attraverso l'ingegno e non soltanto attraverso la forza. La durata complessiva di tre ore può scoraggiare ma durante la visione, non ci si accorge nemmeno del minutaggio perché è capace di trascinare dentro lo spettatore, tanto da fargli vivere in prima persona il viaggio di Ulisse. Inoltre, il film non racconta semplicemente una serie di avventure, ma un percorso umano. È un'opera capace di coinvolgere sia chi conosce già l'Odissea sia chi, dopo la visione, potrebbe decidere di recuperarla.

Perché un classico continua a vivere proprio così: attraverso nuove interpretazioni. Alla fine, l'Odissea non racconta soltanto il viaggio di un uomo verso una terra lontana. Racconta tutti noi. Siamo tutti Ulisse, alla ricerca della nostra Itaca.

The Odyssey è Cinema con la C maiuscola. Un film che non si limita a raccontare Omero, ma ricorda perché abbiamo ancora bisogno dei miti.

Voto: 9/10