Il suq italiano dei contratti nazionali

Il suq italiano dei contratti nazionali

di Lidia Baratta -

«Scopri come scegliere il giusto Ccnl per risparmiare migliaia di euro per ogni dipendente».

È il claim con cui si presenta ai clienti una società di consulenza che dice di avere come obiettivo quello di aiutare le piccole e medie imprese a ridurre i costi del lavoro. Nella guida si legge: «Esistono oltre 1.000 diversi Ccnl, scoprire qual è quello più “vantaggioso” per la tua azienda potrà farti risparmiare un mucchio di soldi…». E ancora: «Esistono più Ccnl per ogni settore. Se decidi di applicare un Ccnl, puoi scegliere tra oltre 1.000 contratti depositati al Cnel».

Annunci del genere sono sempre più frequenti. Nel settore della ristorazione, ad esempio, un’altra società promette di aiutare le imprese a risparmiare senza applicare il «contratto antiquato» del settore. «Con noi potrai cambiare Ccnl», promettono, per «una gestione delle nuove risorse più semplice e meno costosa».

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In Italia, i contratti nazionali firmati dai sindacati confederali – Cgil, Cisl e Uil – sono lo standard di regolamentazione del lavoro subordinato. Ma la rappresentanza dei lavoratori e delle imprese è molto frammentata, ben più degli altri Paesi europei. E dopo il referendum del 1995, che ha rimosso il vincolo della maggiore rappresentatività a livello nazionale, associazioni di categoria e sindacati si sono moltiplicati e così anche i contratti collettivi. Tanto che al tavolo di un rinnovo contrattuale capita di trovare anche ventiquattro diverse associazioni datoriali (è successo nella logistica).

In teoria, ognuno può farsi il suo contratto. Molto spesso con condizioni al ribasso rispetto a quelle standard. Michele Faioli, professore di diritto del lavoro alla Cattolica, parla di «aziendalizzazione» della contrattazione nazionale. Organizzazioni minori, datoriali e sindacali – spiega – stipulano Ccnl al ribasso che sono applicati a pochi o a pochissimi datori di lavoro di una certa zona geografica del Paese, che operano in certo settore. Si può costituire un’organizzazione, stipulare un Ccnl al ribasso e farlo applicare a una dozzina di datori di lavoratori.

A fine 2024 erano depositati al Cnel 1.037 contratti collettivi per il settore pubblico e privato. Una quindicina di anni fa, prima della crisi finanziaria, erano circa trecento. Oggi, quelli sottoscritti dai principali sindacati sono rimasti poco meno di trecento, gli altri sono molto spesso quelli che si sono guadagnati l’appellativo di «contratti pirata» per gli stipendi e le tutele inferiori che offrono. E ci sono cinquecento contratti registrati che coprono solo cinquecento lavoratori.

Non tutti i nuovi contratti sono «pirata». Ma la mancanza di regole chiare sulla rappresentanza delle parti sociali per individuare i contratti nazionali comparativamente più rappresentativi ha aperto la porta a nuovi accordi nati con l’obiettivo esplicito di fissare condizioni al ribasso rispetto ai contratti «leader».

La professoressa Silvia Ciucciovino, ordinaria di Diritto del Lavoro all’Università degli Studi Roma Tre, con un pool di ricercatori ha comparato i quattro contratti nazionali del terziario, mostrando che esistono disparità enormi tra un testo e l’altro. Sulla qualifica del commesso addetto alla vendita, ad esempio, la differenza di retribuzione arriva a ben 415 euro mensili, 155 euro per i capi-reparto.

Significa che due persone fanno lo stesso lavoro, hanno lo stesso inquadramento e la stessa anzianità. Ma uno guadagna più dell’altro, uno ha maggiorazioni più alte e l’altro più basse, uno ha la cassa sanitaria pagata dal datore di lavoro e l’altro no. Eppure sono entrambi dipendenti con tanto di contratto nazionale.

In termini di lavoratori coperti, l’incidenza dei contratti «pirata» è molto minore rispetto a quelli leader. Oltre il 90 per cento dei dipendenti in Italia è tutelato da un Ccnl quasi sempre firmato dai principali sindacati. Ma il fatto stesso che ognuno possa farsi il suo contratto apre a una sorta di mercato al ribasso tutto giocato sul costo del lavoro.

Da un’analisi sul mercato del lavoro a Milano, è venuto fuori che i Ccnl “non confederali” sono soprattutto rapporti di lavoro part time e di breve durata e che interessano soprattutto cooperative e settori come i servizi alle imprese, il commercio e la logistica, esercitando una pressione significativa sulla parte più vulnerabile della forza lavoro in città.

Anche per i giornalisti, ad esempio, esistono contratti diversi da quello principale. Rispetto al testo standard firmato dalla Fnsi e Fieg, rispettivamente principali rappresentati di lavoratori ed editori, che copre il 73 per cento degli occupati, c’è quello firmato dall’Uspi (1 per cento) e un insieme di «altri contratti» per il 12 per cento dei giornalisti (oltre al comparto pubblico degli addetti stampa, 8 per cento, e quello Aeranti-Corallo per la tv al 6 per cento).

Nel 2014, Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno firmato il Testo unico sulla rappresentanza sindacale, che indica il criterio per “misurare” il peso dei sindacati in base al numero di iscritti e ai risultati nelle elezioni delle Rsu. I dati sugli iscritti sarebbero misurabili dall’Inps tramite le trattenute sindacali dei datori di lavoro. Mentre i risultati delle Rsu arriverebbero all’Inps dagli uffici provinciali del lavoro. E in effetti nel 2018 l’istituto di previdenza ha raccolto i risultati. Ma per pubblicare i dati l’Inps aveva bisogno dell’avallo del ministero del Lavoro. L’ok è stato inizialmente negato dall’allora ministro Luigi Di Maio. Ma non è mai arrivato neanche dai suoi successori: Nunzia Catalfo, Andrea Orlando e nemmeno da Marina Calderone. Per cui, il sistema delle relazioni industriali è rimasto opaco. I dati dei sindacati sono autocertificati e non sono verificabili.

Tra l’altro, il nuovo correttivo al codice degli appalti scardina anche il sistema di conteggio della rappresentatività del Testo unico. E sembra fatto su misura per legittimare il nuovo discusso “contratto multi-manufatturiero”, sponsorizzato dalla ministra del Lavoro Calderone e stipulato da due sigle poco conosciute, Confimi e Confsal. I sindacati confederali lo hanno definito subito come “contratto pirata”. E il 19 settembre 2024, data della presentazione del contratto al pubblico, quasi tutti gli invitati annunciati nella locandina hanno declinato l’invito, compresi il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il presidente del Cnel Renato Brunetta. Brunetta in un comunicato ha spiegato di non essere andato perché il Cnel «tiene a battesimo solo i Ccnl in grado di esprimere la massima rappresentanza unitaria delle parti sociali». E invece l’unica rappresentante del governo a partecipare alla presentazione è stata proprio la ministra Calderone. Che per diciassette anni ha guidato i consulenti del lavoro in Italia, prima di lasciare la presidenza in mano al marito Rosario De Luca. Gli stessi consulenti del lavoro che, guarda un po’, certificano i criteri di rappresentatività dei contratti.

Eppure, a fine 2023, dopo aver detto no al salario minimo, il governo si era impegnato a fare una legge delega per riformare la contrattazione e rafforzare i contratti collettivi più applicati. Ma non se ne è saputo più nulla.