In Calabria nasce un “nuovo ecosistema” per liberare i lavoratori dal caporalato
di Martina Ferlisi-
È negli insediamenti informali della piana di Gioia Tauro (RC), a Rosarno e San Ferdinando, che si può toccare con mano quanto il caporalato, oltre a essere criminale e violento, sia anche un fenomeno diventato strutturale e radicato in un equilibrio economico distorto. Se le filiere non riconoscono il giusto valore al prodotto e al lavoro e se i problemi a monte, ovvero la concorrenza spietata imposta dalla Grande distribuzione organizzata che soffoca i piccoli imprenditori agricoli, vengono scaricati sull’ultimo anello della catena produttiva, l’illegalità diventa a volte l’unico modo per far quadrare i conti.
In un meccanismo così incancrenito non basta quindi un singolo progetto, per quanto virtuoso ma è necessario costruire un “nuovo ecosistema” che si infili in quello consolidato fino a scardinarlo dall’interno.
Proprio quello che sta cercando di fare l’organizzazione Giuste Terre insieme alle aziende che fanno parte della rete Calabria solidale, il gruppo di produttori attivo sul territorio promuovendo legalità, rispetto del lavoro e tutela dell’ambiente. A settembre 2025 ha infatti costituito una cooperativa sociale di lavoratori migranti che si pone l’obiettivo di rendere quest’ultimi protagonisti e responsabili in prima persona di un cambiamento che in quei territori è sempre più necessario.
Già nel 2018-2019 Giuste Terre aveva iniziato a operare nel territorio con Spartacus, un progetto ancora attivo di seconda accoglienza che si rivolge a 200-300 persone migranti e contrasta lo sfruttamento endemico dei lavoratori stranieri fornendo loro opportunità di occupazione legale, percorsi di formazione e integrazione, nonché l’accesso ai diritti umani e sociali fondamentali.
“Sono 30 anni che Giuste Terre si occupa di cooperazione allo sviluppo -racconta Giovanni Paganuzzi che ne è presidente-. Fin dalla sua costituzione abbiamo lavorato in Centro America e in Palestina. Otto anni fa invece abbiamo cominciato a essere presenti anche in Calabria. Erano i tempi del terzo mandato di Domenico Lucano come sindaco di Riace. Siamo andati a trovarlo e abbiamo incontrato la realtà della piana di Gioia Tauro che ci ha lasciati sconcertati, quasi tramortiti direi. È in quel momento che abbiamo deciso di impegnarci per provare a cambiare le cose”.

Con il passare del tempo è però diventato evidente che fosse importante fare un ulteriore passo avanti. A raccontarlo è Alessandro Malerba, imprenditore agricolo che insieme alla moglie Giovanna Frisina gestisce l’azienda Terre di Zoè e che in prima persona sta seguendo la nascita della cooperativa sociale: “Ci siamo resi conto che un modo per portare avanti il percorso che avevamo iniziato con il progetto Spartacus e per renderlo ancora più solido poteva essere quello di rispondere alla necessità di far incontrare la domanda con l’offerta di lavoro. Da una parte infatti sono numerose le aziende agricole del territorio che hanno bisogno di manodopera qualificata lungo tutto il corso dell’anno per occuparsi, ad esempio, delle potature, trinciatura e del mantenimento del terreno. È chiaro che il periodo di massima necessità di personale è la raccolta e che molte persone migranti girino tra produttori e produzioni diverse in base alle stagioni. Questo ha però come conseguenza il fatto che moltissimi di loro vivano in condizione di estrema precarietà”.

La cooperativa è stata pensata quindi come punto di congiunzione tra i due anelli della catena, offrendo ai lavoratori il maggior numero di giornate di lavoro, assumendoli, formandoli in base alle necessità delle imprese che hanno scelto di essere partner del progetto, accompagnandoli nel processo di ottenimento dei documenti e dell’apertura di un conto corrente e infine pagandoli sulla base della loro qualifica: “Si eliminano così diversi punti di possibile attrito o di comunicazione difficile o non proprio allineata -spiega Paganuzzi-. Poi resta il problema di condurli sul luogo di lavoro, perché potrebbero finire in mano ai caporali, e di dar loro un alloggio che è un altro tema gigantesco”. Per questo le risorse non sono mai abbastanza e Giuste Terre è l’intermediario necessario per recepire fondi pubblici e privati da destinare alle attività.
Proprio in questi mesi la cooperativa sta iniziando a muoversi: il primo contratto è stato firmato ed è in corso una formazione per sei persone per la potatura dei kiwi. “Adesso abbiamo una buona base di aziende che abbiamo visitato -prosegue Malerba- e con cui abbiamo stilato una sorta di business plan per capire quali sono le attività che servono, in quale periodo e quante persone sono necessarie per portarle avanti e quindi di conseguenza abbiamo il tempo per preparare le squadre per la prossima stagione”.
Ma gli effetti delle relazioni che si intrecciano a volte sono inaspettati, i contatti che si sono creati nella fase di predisposizione del progetto hanno portato all’assunzione diretta di cinque persone per la canditura degli agrumi. Il lavoro nei campi è l’attività più “affamata” di manodopera nella Regione ma non è l’unica. “In Calabria, ad esempio, anche il mercato del turismo ha una forte carenza di lavoratori -afferma Malerba-. Allo stesso tempo le esigenze delle persone migranti possono essere altre, per questo uno dei punti di partenza è stata la somministrazione di un questionario. Per noi è stato importante capire quali fossero le loro competenze, la loro storia lavorativa o anche semplicemente le loro preferenze”.
Una volta che si sarà ben strutturata, la cooperativa punterà a coinvolgere il maggior numero di lavoratori possibile: “Persone che partecipando a una forma democratica di fare impresa potranno uscire dalla logica di essere un semplice costo di produzione -conclude Paganuzzi- per diventare a tutti gli effetti responsabili delle scelte che riguardano il loro lavoro e quindi il loro futuro”.