COMARE MARAINI NON E’ GELOSA

di Andrea Genovese

Leggendo Trio, pseudo-romanzo epistolare di Dacia Maraini, pubblicato forse per riempire un vuoto editoriale, e magari per strizzare l’occhio agli amici francesi “guardate come sono brava a imitare Madame de Sévigné”, mi è ritornata in mente la mia infanzia messinese nel malfamato quartiere di Giostra, ai piedi dei Colli San Rizzo. Castanea (delle Furie, per la precisione toponomastica), dove la Maraini fa rifugiare una delle sue due précieuses ridicules – motivo boccacesco, la fuga nel contado per fuggire la peste e raccontarsi delle storie –, era a quel tempo, per me, un luogo mitico come Cabbaruso dove la gente andava in pellegrinaggio il lunedi di Pasqua a chiedere grazie non ricordo più a che santo, fra le centinaia che la paganissima religione cattolica si è inventati per addomesticare la povera gente e tenerla sottomessa ai ricchi e ai mafiosi. A quell’epoca pochi potevano avventurarsi in sidecar o balilla su per i tornanti di San Rizzo, né era agevole l’altro estenuante percorso a piedi o a dorso d’asino per la ciumara, che s’arrampicava per un’ardua scalinata a terrazza sino alla statale immersa tra pini e castagni, non ancora andati in fumo per gli incendi dolosi. Castanea per me erano le contadine che scendevano col paniere di uova sulla testa, era il pecoraio che la mattina con le sue capre bannianva il latte fresco, erano gli zampognari che a Natale concertavano in strada per racimolare qualche lira. Ne ho parlato abbastanza nei miei romanzi autobiografici, di cui pochissimi si sono accorti, perchè il sottoproletariato urbano siciliano non ha mai interessato nessuno, sono le vicende gattopardesche dell’aristocrazia isolana che fanno eiaculare la critica letteraria. Tant’è. Ma per venire al romanzo siciliano (non parlo di Bagheria, su cui comunque avrei molte cose da dire, ma de La lunga vita di Marianna Ucrìa) della Maraini, ambientarlo nel ‘700 era una scelta obbligata per l’autrice, visto che dell’aristocrazia palermitana dell’‘800 s’era occupato il Gattopardo, gran successo cinematografico, ma sorta di plagio mediatico a metà strada tra I Vicerè di De Roberto e I vecchi e i giovani di Pirandello. Stanca in Marianna Ucrìa quella punta di acritico femminismo, appena giustificato dal fatto che la scrittrice ha vissuto più a Roma che in Sicilia, a contatto dei Moravia, dei Pasolini, dei Siciliano, insomma con femminucce schizofreniche. È per questo che tutti i suoi personaggi femminili, anche quello poeticissimo di Marianna Ucrìa, sono inverosimili; quanto ai personaggi maschili quasi sempre sono appena abbozzati, ombre cinesi. Il peggio è venuto con questo trio amoroso in cui le due protagoniste discettano tranquillamente, da Castanea a Casteldaccia di Palermo, per corrispondenza. Di tutta evidenza, nel 1743 Castanea doveva essere un’avanguardia postelegrafonica, aveva il suo postino, e peggio per Messina, città di duecentomila anime, se ancora nel 1950 aveva appena un ufficio postale, dove si faceva la coda a coltellate. E a coltellate si sbrigavano, come in tutta l’isola, anche gli affari di cuore, Cavalleria rusticana docet, questo per quanto riguarda i maschietti, come compar Alfio; per quanto riguarda le femminucce, ancora Cavalleria rusticana ci svela che in fondo gli esemplari dominanti sono stati per secoli la gnà Nunzia (la madre di Turiddu, la madre!), la gnà Lola e comare Santa, ipostasi questa della gelosia sicula al femminile. Donne che in genere non sapevano né leggere né scrivere, e dalla psicologia piuttosto elementare. Al contrario le due ribbamminuti della Maraini, moglie e amante dello stesso uomo (ombra), non sono per niente gelose l’una dell’altra, occupate a scambiarsi pareri filosofici e letterari, su Aristotele, Calderon de la Barca, Rabelais e via pantagruelando. Francamente è troppo, visto anche che la peste alla Maraini non dà ali né tucididee, né boccacesche, né manzoniane, né camusiane, né ispira la nuda tragicità del Verga della novella Quelli del colera. Chi ci rimette la pelle, a parte gli anonimi, è un inglese, amico dell’uomo-ombra, la cui morte i monatti (i monatti!) vengono (in cinquecento?) da Messina a Castanea per annunciarla alla protagonista, chiedendole se devono spedire la salma in Inghilterra. La carta Visa internazionale, con assicurazione annessa, faceva miracoli anche nel 1743. E, per carità di patria, non parlo del dialetto cinematografaro, da lei (come da Camilleri) italianizzato e montalbanizzato.