Viaggio in Siria
(Appunti di viaggio quando ancora la Siria non era stata devastata da un’inutile e feroce guerra)

Qual è quel paese mediterraneo in cui è possibile incontrare l’architettura gotica delle fortezze e delle chiese, i lunghi tracciati di cardi e decumani pressoché intatti unitamente a città e teatri romani, chiese e monasteri bizantini, città-stato sumeriche, insediamenti Nabatei, moschee, scuole coraniche, fortificazioni islamiche, sinagoghe ebraiche e tante altre cose ancora, a volte a poche kilometri di distanza o addirittura stratificati nel medesimo luogo?
La Siria è certamente un grande catalogo di culture e di sedimentazioni, in cui per secoli popoli e etnie si sono mescolati e contrapposti: Oriente e Occidente, latinità e cultura greco ortodossa, cristianità e mondo islamico.
Damasco è il luogo che meglio sintetizza questa complessità nella Grande Moschea, o moschea degli Omayyadi, che sorge in un sito consacrato al culto religioso da oltre 3000 anni: prima santuario aramaico, tempio romano, cattedrale bizantina e infine moschea. Della cattedrale bizantina restano i mosaici su fondo oro che un'opera di restauro li riportò alla luce negli anni venti, e la testa di San Giovanni Battista, reliquia venerata sia dai cristiani che dai musulmani.
E da Damasco inizio il mio viaggio in Siria, immergendomi nella sua atmosfera mite e dorata, nelle sue stradine e vicoli che la percorrono come un tessuto nervoso che collega tra loro moschee e madrase, suq e chiese cristiane, resti romani e piazzette suggestive sulle quali si affacciano pigri caffè dove gruppetti di avventori sorseggiano tè caldo e fumano dai loro arabescati narghilè. E abbandonandomi a questa umanità cordiale e ospitale, disponibile senza mai chiedere nulla in cambio, mi ritrovo ad ascoltare incantato un coro di monaci ortodossi in una chiesetta tappezzata d’icone, a due passi della casa di Anania, l’ebreo cristiano che impose le mani su San Paolo restituendogli la vista persa nella famosa caduta da cavallo. Così non rinuncio ad attraversare il suq El-Hamidiyah immergendomi nella sua ragnatela di botteghe e chioschi, nei colori dei broccati di seta e dei kilim, negli odori delle spezie, nel luccicare degli ori e delle ramerie.
E in questo mio peregrinare tra tornitori di legno e mercanti di babbucce finisco in un bellissimo bagno turco - l’Hammam Nour Ed-Din Al Shaheer -dove vengo guidato in una successione di ambienti saturi di vapori caldi, intervallati da fontane da cui, traggo momentaneo sollievo con acqua fresca attinta con una ciotola; infine vengo afferrato da un nerboruto inserviente che con un guanto di crine insaponato mi spella vivo. Una doccia finale, mi consegna nelle mani di un abile massaggiatore che restituisce, pezzo per pezzo, il mio corpo irrigidito di viaggiatore a un piacevole benessere. Concludo il mio bagno sorseggiando un the caldo nell’ampio salotto, conversando con i miei amici e con dei siriani, mentre dei suonatori di liuto traggono dalle corde degli strumenti antichi e nuovi motivi locali.
Lasciata Damasco, arrivo in pieno deserto all’oasi di Palmyra, dove la luce rosata del tramonto si posa sui colonnati, gli archi, il teatro e il santuario di Baal dell’antica Tadmor, una città romana quasi intatta con consistenti presenze della precedente civiltà nabatea. La Siria, certamente, possiede un notevole patrimonio archeologico, la cui caratteristica dominante è l’intreccio tra civilizzazioni differenti e lontane nel tempo e nella provenienza, ma che hanno avuto un ruolo decisivo nella storia dei popoli del Mediterraneo, a partire dagli esordi dell’umanità.
Ed è per questo che mi ritrovo in pieno deserto, con una temperatura infernale (un termometro lasciato al sole segna 58 gradi), a visitare le rovine di Mari, testimonianza di una cultura urbana mesopotamica del periodo del bronzo antico (IV-V millennio a.C.); mentre mi chiedo esausto se l’interesse archeologico debba sfiorare così da vicino il masochismo, vengo soccorso da una famiglia beduina che mi ospita sotto la sua tenda. Una vecchia tesse al telaio delle stuoie di lana simili a quelle con cui è fatta la tenda, suddivisa al suo interno da tappeti coloratissimi, sotto la quale mi ritrovo insieme a delle donne con vestiti dalle tinte vivaci e con collane e bracciali, un vecchio beduino, dei bambini. Poco distante un gregge di pecore pascola pigramente, accanto una donna armeggia a un forno da cui trae del pane basso e rotondo, simile alle nostre pizze; mi avvicino per curiosare ma una vampata infernale proveniente dal forno mi fa ritornare sui miei passi.
Da Mari a Tell Mardikh, dove una missione italiana, capeggiata dal prof. Paolo Matthie, scoprì le rovine di Ebla (2400-1600 a.C.) e un immenso archivio composto di oltre 17.000 tavolette di argilla in lingua eblaita, una lingua semitica orientale parlata nel III millennio a.C, che testimoniano che la scrittura era usata come sistema abituale di comunicazione.
Arrivati nel Mediterraneo troviamo i tre porti costruiti nel periodo crociato, Latakia, Banyas e Tartus; in quest’ultimo troviamo la cattedrale gotica di Notre-Dame di Tortosa risalente al XII secolo, oggi trasformata in museo, e la fortezza dei Templari. Ma la testimonianza più importante del Regno Latino si trova vicino Homs, ed è il Krak dei Cavalieri, una fortezza medievale abitata a suo tempo da circa duemila persone unisce all’efficacia militare l’equilibrio delle forme architettoniche, la bellezza e l’armonia.
Analoga costruzione si trova ad Haffe, il poderoso castello di Saladino (Qalʿat Salah al-Din), in precedenza fortezza bizantina e poi crociata conquistata nel 1188 definitivamente dai musulmani.
E per completezza voglio ricordare Aleppo con la sua medina e la Cittadella medievale, Qala Aat’ Samaan con la basilica di San Simeone lo stilita i villaggi cristiani di Madaula, Jabrul e Sednaya, i castelli del deserto, Homs e le celebri norie sul fiume Oronte, Apanema che fu una delle più belle città dell’oriente ellenistico.
E mi piace concludere questo viaggio, osservando dall’alto delle rovine (della “domus ecclesiae” e dell’antica sinagoga del 244 d.C. famosa per le sue pareti affrescate) di Dura Europos, l’Eufrate che serpeggia giù a valle, lasciandosi dietro insospettate strisce di verdi coltivazioni, così come è stato da tempo immemorabile, che attenuano i caratteri desertici della vallata, volgendoli miracolosamente verso la steppa che costituisce la porzione orientale della Mezzaluna fertile.
Giuseppe Martino