Neanche in Italia si può dire la parola ‘guerra’

L’Italia è un Paese in guerra, ma è una guerra non dichiarata. Si mandano armi in Ucraina invece di una forza di interposizione fra le due armate; teoricamente si potrebbe parlare di cobelligeranza. Peraltro “all’italiana”: i russi sparano agli ucraini anche con armi che hanno comprato dall’Italia; gli ucraini sparano ai russi anche con armi italiane (non sappiamo bene quali, perché secretate). Insomma una situazione paradossale, da commedia, se non fosse che ci sono vittime in laghi di sangue.

Ma l’Italia è un Paese in guerra pure sul fronte interno. Lasciamo stare che dalla base di Sigonella già ad aprile del 2020 si alzavano i droni Hawk a “ispezionare” il confine fra Ucraina e Russia (come abbiamo scritto sul nostro giornale). Lasciamo stare che in alcune basi Nato e alcune basi statunitensi (Aviano e Ghedi) sono ben conservati e pronti ordigni nucleari. Lasciamo stare tutte le esercitazioni belliche nel Mediterraneo, che certo non preparavano la pace. Ma poi arriva Mario Draghi e dice che bisogna portare al 2% del Pil le spese militari dello Stato italiano. Dal suo punto di vista ha ragione perché l’Italia è un Paese in guerra e lui prevede guerra da qui almeno al 2028 (Leonardo gli ha detto: poi ti offru un café).

La guerra sul fronte interno non ha bisogno di armi convenzionali o chimiche o nucleari. Le classi dirigenti del Paese hanno deciso di assediare una buona parte del popolo italiano, prima sul piano ideologico (“devi stare con noi altrimenti vuol dire che stai con Putin”) per passare poi al piano più propriamente materiale. Buona parte del popolo italiano si dovrà arrendere per fame. E cadranno falcidiati per primi i pensionati, quelli a meno di mille euro al mese; poi i precari; poi le partite Iva; alla fine pure quelli che uno stipendio ce l’hanno ma non sufficiente ad arrivare alla fine del mese.

A questa parte della popolazione italiana la guerra non è stata dichiarata, ma è stata preannunciata dai primi proiettili delle bollette. Ogni tanto a qualche luminare economista scappa di dire: “economia di guerra”. Ma viene subito zittito: “non mettere in allarme!”.

Mario Draghi la situazione l’ha ben presente: vedi il discorso dei condizionatori da spegnere. L’idea non è malvagia. Andrebbe in direzione del nostro editoriale “Spegniamo gli stadi”, ovvero un segnale, un passo in direzione del risparmio energetico. Ma Draghi ha bloccato tutto: se spegniamo le luci degli stadi per le partite in notturna (ormai prevalenti in tutti i campionati) gli italiani si accorgono che siamo in una economia di guerra. E magari si chiedono: questa guerra chi la paga?

Quindi non solo in Russia, ma neanche in Italia si può dire la parola guerra.

p.s. un’altra parola impronunciabile in Italia è: ‘patrimoniale’, ma sembra giaccia sepolta in una grotta del monte Soratte.