La sovranità popolare espropriata

La sovranità popolare espropriata

di Citto Saija -

Fra meno di due mesi saremo chiamati a rinnovare il Parlamento italiano. Sarà un Parlamento meno rappresentativo rispetto ai precedenti, a causa della riduzione dei parlamentari. Personalmente sono stato sempre convinto, da sostenitore della democrazia rappresentativa, che meno parlamentari significa meno democrazia.

Comunque ormai prendiamo atto che il Parlamento è complessivamente costituito da 600 parlamentari più i senatori a vita.

Le elezioni politiche si svolgeranno con una orribile, antidemocratica legge elettorale al limite della costituzionalità. A scegliere i parlamentari non sarà il popolo sovrano, ma le segreterie dei partiti personali attualmente presenti nel Paese.

Il popolo sovrano viene di fatto privato della scelta dei propri rappresentanti.

Eppure, il Parlamento uscente (la responsabilità è di tutti i partiti) avrebbe avuto il tempo e la possibilità di fare una buona legge elettorale proporzionale a garanzia di tutte le forze politiche e del popolo italiano.

Nessuno, neanche ad altissimi livelli, ha speso mai una parola per una legge elettorale che garantisse un’ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Probabilmente, la schifosa legge elettorale e la mancanza di tempo per una seria campagna e l’afosa estate porteranno la gran maggioranza degli italiani a non partecipare al voto.

L’Italia rischia di avere un governo di destra (tra i peggiori d’Europa) eletto da una minoranza degli elettori italiani. Anche in Sicilia, una legge elettorale brutta e antidemocratica ha permesso, nelle ultime elezioni amministrative, di avere due amministrazioni comunali (Palermo e Messina) elette da una minoranza degli elettori.

Se alle difficoltà sopra esposte, aggiungiamo la grande confusione esistente sui contenuti della politica e su un progetto credibile di Paese, non possiamo che metterci le mani ai capelli o piangere come ha scritto la mia carissima amica e compagna Luciana Castellina.

Ci sarà tempo per comprendere di chi sono le responsabilità per la grave crisi politica che sta attraversando il nostro Paese.

Non ho voglia di impelagarmi in una riflessione molto complessa in una caldissima serata estiva in cui scrivo queste righe.

Per quanto mi riguarda credo di avere le idee chiare. A far cadere il cosiddetto governo Draghi non è stato certo il Movimento 5 stelle sopravvissuto al tradimento dimaiano.

Sono stati i poteri forti nazionali, europei e internazionali che non avrebbero potuto tollerare una vera opposizione progressista al governo Draghi che si era trasformato, con la sua agenda, in un vero e proprio governo di destra . Non dimentichiamo che il capo dello Stato aveva definito il governo “tecnico” e con tutti i partiti come un governo “non politico” che avrebbe dovuto occuparsi del Pnrr e della pandemia sulla quale ha completamente abbandonato il campo.

Come acutamente ha scritto qualche giornalista, quello del governo Draghi è stato un “suicidio assistito”. Ma è stato di fatto un “suicidio apparente“ perché Draghi è capo del governo “per gli affari correnti” in attesa che la coalizione di destra (che non è quella della Meloni) lo mantenga a palazzo Chigi.

E, ovviamente ritornano i poteri forti. Non potrò mai dimenticare l’arrogante intervento di Draghi nell’ultima seduta del Senato in cui ha detto esplicitamente e con forza che bisogna armare l’Ucraina. In quel preciso momento il capo del governo italiano violava l’art. 11 della Costituzione repubblicana.

I progressisti di tutti i tipi, con le loro divisioni e i loro personalismi, nulla hanno fatto in questi ultimi anni per costruire una vera forza di progresso nel Paese (che a me piacerebbe definire di Nuova sinistra).

Il mio sogno non può certamente realizzarsi in questi afosi giorni d’estate, in piena pandemia (che non è mai finita nonostante il lassismo governativo e l’annunciato grande assembramento della Vara a Messina) e con la fretta delle incombenze burocratiche e nella quasi completa impossibilità di poter parlare con la gente.

Ma le elezioni ci saranno e si fingerà di dare la parola al popolo sovrano che di fatto è stato espropriato.

Direbbe Lenin: “Che fare?”. Non sono certamente Lenin, ma ritengo che qualcosa si possa anche fare, sia pure allo stato nascente. Uscendo dall’ideologismo fanatico dei rivoluzionari da salotto, dal minoritarismo impotente e dalla fessaggine acuta anche di persone che si dicono di sinistra, si può fare qualche tentativo di “rinnovamento”.

Si tratta di iniziare una “lunga marcia”, per dirla con il più lucido Mao Zedong delle origini, per la costruzione nel nostro Paese (ma il discorso riguarda anche l’Europa) di un movimento progressista nuovo.

Ma, come dicevo, i tempi sono strettissimi e bisogna agire con estrema lucidità. Non sono ammessi tatticismi né personalismi di vario tipo.

La “lunga marcia” deve percorrere quella immensa prateria di delusi della politica che è fatta dagli astensionisti che sono la metà degli elettori italiani. Sono i poveri e i quasi poveri, sono i disoccupati e i senza lavoro, sono i giovani precari che non vedono il futuro, sono i giovanissimi che sono gli unici a credere non a parole nella transizione ecologica e nella riconversione ecologica dell’economia, sono gli anziani che sopravvivono nell’assenza di servizi che non funzionano.

Ha ragione il sociologo De Masi. Fra gli elettori “c’è un numero gigantesco: 5 milioni e 700 mila poveri assoluti. E un altro ancora più grande: circa 7 milioni di poveri relativi”. Secondo De Masi, questa enorme platea (che potrebbe anche essere sedotta dal populismo di destra) non ha partiti di riferimento.

Nell’intervista rilasciata da de Masi al giornale “Il Fatto quotidiano” del 23 luglio, Conte, presidente del Movimento 5 stelle, dovrebbe fare come ha fatto Mélenchon in Francia.

Concordo con de Masi ma ovviamente Conte non ha la storia politica di Mélenchon né il Movimento 5 stelle, come afferma lo stesso sociologo, può essere definito un partito di sinistra.

Certamente Conte ha avuto il merito di bloccare la deriva di destra di Draghi, di bloccare la sua agenda politica. E inoltre propone contenuti condivisibili.

Oggi la cosiddetta “agenda Draghi” (che è di destra nei contenuti) è stata fatta propria dal segretario del Pd Letta.

Oggi Letta identifica la “Destra-destra” nella coalizione Berlusconi-Meloni-Salvini. Mentre nei fatti la coalizione che dovrebbe essere guidata proprio dal Partito democratico diventa il vero centro-destra che vorrebbe riportare in sella il famoso banchiere.

I cespugli residuali della sinistra storica moderata che stanno attorno al Pd, dovrebbero prendere atto che il Partito democratico (che non è stato mai di sinistra sin dalla scelta americanista di Veltroni), oggi, con la segreteria di Enrico Letta, non ha proprio niente di sinistra.

Può essere di sinistra un partito che vuole governare con Calenda, con Renzi, con la liberista da sempre Emma Bonino, con i fuoriusciti da Forza Italia e con quello che definisco Giggino “il breve” o Giggino “a’ poltrona” (per dirla con Travaglio) o Giggino “a’ cartella” (secondo Grillo) o anche Giggino “o’ strapuntino” perché in attesa di un piccolo posto a sedere, come avveniva nelle vecchie corriere del dopoguerra sovraccariche. Infatti il povero Giggino sarà costretto, se non gli verrà offerto uno strapuntino, a chiedere il reddito di cittadinanza che il suo Draghi non ama.

Ritengo che di fronte alla tragedia che è sotto gli occhi di tutti, l’unica soluzione possa essere quella di un fronte progressista (che potrebbe avere anche un ottimo risultato) trainato dal Movimento cinque stelle e composto da tutti quei raggruppamenti politici che vogliono portare avanti una politica alternativa alla destra che incombe. Ricordiamo che le destre contro cui lottare sono due: quella del populismo berlusconiano e salviniano e del neofascismo della Meloni e quella altrettanto pericolosa che vuole formare Enrico Letta con la sua “Agenda Draghi”.