Non è mai stato un mistero d’Italia. Già nei giorni successivi alla scoperta ufficiale del corpo di Emanuele Scieri, ai piedi della torre di prosciugamento dei paracadute nella caserma Gamerra, centro di addestramento della brigata Folgore, appariva evidente che il giovane soldato di leva siracusano nella notte del 13 agosto 1999 era rimasto vittima di un atto di nonnismo. Eppure c’è voluto un quarto di secolo per arrivare alla sentenza, di primo grado, che condanna per omicidio volontario in concorso i due ex caporali Alessandro Panella a 26 anni e Luigi Zabara a 18 anni. E soltanto l’accurato lavoro di una commissione parlamentare di inchiesta, che sei anni fa presentò alla magistratura la richiesta motivata di riapertura delle indagini, ha fatto riaccendere i riflettori sull’omicidio di un ragazzo di soli 26 anni, già laureato e futuro avvocato. Ucciso dalle pratiche di quotidiano nonnismo che scandivano la vita alla Gamerra.

“Mio fratello non ci sarà restituito ma adesso c’è una verità – commenta a caldo Francesco Scieri – i miei genitori hanno lottato fino allo stremo per questo”. Lui non dimentica quanto sia stata lunga, e costellata di ostacoli, la ricerca di giustizia per la morte di Emanuele: “Purtroppo per come sono andate le cose non avevo alcuna certezza di una sentenza di condanna, quella di oggi poteva essere una ulteriore sconfitta. Invece è arrivato questo tassello importante, se ci saranno altri gradi di giudizio”. Che ci saranno, come già annunciato dai difensori dei due imputati. E che riguarderanno anche un terzo sottufficiale, Andrea Antico, accusato degli stessi reati ma assolto in rito abbreviato nel novembre 2021.

La corte d’assise di Pisa ha condannato il ministero della Difesa al risarcimento dei danni alle parti civili, 200mila euro per la madre di Emanuele, Isabella Guarino, e 150mila per il fratello. La corte ha poi condannato Panella e Zabara al risarcimento di 80mila euro di danni in favore del ministero, che al processo si è costituito parte civile.

Un passaggio quest’ultimo non banale, ricordando la diffusa omertà che contrassegnò le prime indagini sulla morte di Scieri. I vertici dell’epoca della Folgore accusarono addirittura il ragazzo di essersi suicidato, nel corso di una “prova di coraggio” finita male. Invece, secondo la ricostruzione della procura di Pisa che ha portato all’odierna condanna, Scieri era stato aggredito dai due caporali, picchiato e costretto a salire sulla torre di asciugamento da dove sarebbe precipitato. Probabilmente gli pestarono le mani, per certo il corpo fu seminascosto sotto un tavolo a pochi metri dal muro di cinta, pattugliato con regolarità dal Picchetto armato ordinario. Solo un muretto di nemmeno mezzo metro separava il corpo di Scieri dal percorso del Pao. Eppure per tre giorni nessuno si accorse del cadavere di un soldato, affidato dalla famiglia allo Stato per la durata della leva.

Anche la commissione parlamentare di inchiesta, guidata dalle parlamentari siciliane Sofia Amoddio (Pd) e Stefania Prestigicaomo (Fi), testimonianza dopo testimonianza (circa 70 le audizioni) si rese conto della persistente cappa di omertà che, ancora fra il 2016 e il 2017, avvolgeva la vicenda. Omertà che vedeva in prima linea lo stesso comandate della Folgore, il generale Enrico Celentano, che pure la commissione scoprì aver fatto una strana ispezione alle 5.30 del mattino di ferragosto, una domenica. Quasi due giorni dopo la “scomparsa” di Scieri, assente al contrappello del venerdì, e 24 ora prima del “ritrovamento”.

La morte del ragazzo fece comunque emergere il comportamento del generale Celentano, che a fine ’98 aveva fatto stampare, su carta intestata del “Comando Brigata Folgore”, un manuale delle vessazioni che i “nonni” facevano alle reclute, e dei luoghi comuni della vita in caserma (“ i terroni devono morire, i comunisti distruggono la gerarchia con l’obiezione di coscienza”, e via dicendo). Lo “Zibaldone”, dove c’erano anche minacce ai “cani morti” che si opponevano agli istruttori, venne spedito da Celentano a tutti i comandi paracadutisti della Toscana, con tanto di numero di protocollo. Un documento ufficiale dell’Esercito italiano.