L’AREA DELLO STRETTO: UN BENE IMMATERIALE
di Sergio Todesco -
Sant’Agostino sosteneva che il presente non esiste, poiché in quanto flusso dinamico esso è memoria del passato ovvero speranza del futuro. Se infatti non ci fosse nell’uomo una dimensione della memoria e un’aspettativa che hanno il loro luogo nella persona, noi saremmo immersi in un divenire che ci trascina in una perenne corsa verso la morte. La compresenza in noi del ricordo e della speranza ci consente di ricucire (bene lo ha mostrato Marcel Proust) universi altrimenti irrelati e disgiunti.
Il meccanismo della memoria va però esercitato in maniera corretta, ben ancorata al “qui e ora” con cui facciamo quotidianamente i conti. Se smarrissimo il contatto con la realtà da cui proveniamo rischieremmo di fare una fuga in avanti, senza conoscere il senso della nostra proiezione. Ciò è divenuto tanto più pericoloso in una cultura globalizzata come quella nella quale siamo ormai immersi, dove ci troviamo spesso sprovvisti di quella barchetta che ci consenta di navigare indenni nel mare tempestoso di un universo in cui sono crollati i confini e le (relative) certezze tradizionali e noi rischiamo spesso di farci colonizzare da altre mode, altri stili, altre culture.
Ernesto de Martino scrisse circa mezzo secolo fa che “per non essere apolidi bisogna avere un villaggio vivente nella memoria”. In altri termini occorre coltivare il senso di appartenenza, l’ancoraggio a un luogo, a uno spazio che funga da orizzonte esistenziale in grado di conferire senso alle nostre “permanenze”; solo a queste condizioni possiamo aprirci alle diversità, con equilibrio e consapevolezza. Il progresso che avviene a livello planetario matura in uno scambio paritetico di esperienze e identità. Non possiamo farci sommergere dalle storie degli “altri da noi”, ma neanche pretendere di rimuoverne o fagocitarne l’identità. Questa è l’unica dinamica percorribile, a fronte di pulsioni rischiose che vanno dall’accettazione acritica al rifiuto indiscriminato di chi è impartecipe della nostra storia e del nostro télos culturale.
La premessa fin qui fatta giova a presentare la recente normativa regionale in tema di “eredità immateriali”. Come è noto, su tale materia esisteva in Sicilia una legge, risalente al 2004, la quale prevedeva il riconoscimento di determinate realtà isolane quali “eredità immateriali” e il loro conseguente inserimento in uno dei quattro libri (Saperi, Espressioni, Celebrazioni, Tesori Umani Viventi) in cui si articolava il Registro delle Eredità Immateriali (R.E.I.).
Il D.A. 571 firmato nello scorso mese di marzo dall’Assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana Mariarita Sgarlata (oggi transitata all’Assessorato Territorio e Ambiente) ha comportato una revisione del precedente assetto, ritenuto non più adeguato a definire le tipologie di eredità immateriali individuabili nella nostra Isola, e ha pertanto delineato, in aggiunta a quelle già esistenti, due nuove tipologie di “eredità immateriali”, ossia il Libro delle Parlate e dei Gerghi (ora dunque distinto dal Libro delle Pratiche Espressive e dei Repertori Orali) e il Libro degli Spazi Simbolici. In quest’ultimo verranno dunque iscritti (art. 2) “gli spazi che hanno registrato eventi tali da sortire dinamiche di memorie collettive, produzione simbolica o che si pongano quali scenari socio-culturali storicamente identificati”.
Poiché, in qualità di membro della Commissione Registro Eredità Immateriali istituita in seno al Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, ho avuto modo di lavorare alla stesura del nuovo dispositivo, approfitto dell’ospitalità generosamente offertami da Geri Villaroel per dichiarare pubblicamente che, nel pensare alla nuova tipologia degli spazi simbolici, ho tenuto ben presente quello straordinario “spazio simbolico” rappresentato dallo Stretto di Messina.
Se con tale nuova tipologia di eredità immateriale potrà, ad esempio, essere iscritta nel nuovo Registro (ora denominato R.E.I.S.) una realtà come Portella della Ginestra in virtù della strage che la vide teatro e del patrimonio di valori e di memorie che da quel tragico evento ne derivò, analogo titolo a un simile riconoscimento possiede, a mio parere, l’area dello Stretto (le cui caratteristiche coinvolgono, a ben vedere, le specificità di tutti i Libri in cui il Registro si articola), la quale presenta incontestabili caratteristiche di unicità, trattandosi di un angolo di mondo che da alcuni millenni ricopre un ruolo di primaria importanza nell’immaginario collettivo europeo. Per rendersi conto di ciò, basti riflettere sulla complessa e articolata trama di eventi e realtà concernenti la mitologia, la storia sociale, gli elementi naturali e naturalistici, la letteratura, le tradizioni orali, i saperi, la cultura del mare e la tecnologia che da tremila anni vedono lo Stretto di Messina occupare un posto centrale nell’orizzonte socio-esistenziale, nella storia, nella cultura, nelle produzioni ideologiche dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo.
La Stretto di Messina, vero e proprio ombelico del Mare Nostrum e pregnante luogo di confluenze e interferenze tra Nord e Sud, Est e Ovest del Mediterraneo, si è infatti venuto costituendo, nel corso dei secoli, come un palinsesto territoriale che ha visto progressivamente stratificarsi fenomeni e realtà ecosistemiche, fabulazioni, saperi, eventi storici, memorie che dal mondo antico fino ad oggi hanno continuato a segnare con la loro variegata molteplicità lo specialissimo habitat eco-antropologico che si dispiega tra le due sponde della Sicilia e del continente, finendo con il costituire nel terzo millennio un unicum di cui non esiste eguale nel pianeta.
Tra le realtà, materiali e immateriali, che hanno concorso a delineare l’identità dell’area dello Stretto di Messina nel corso della sua plurimillenaria storia, riporto qui di seguito, a titolo esemplificativo e non esaustivo, le peculiarità mitologiche e leggendarie (il mito di Kronos e la falce, Arione, l’episodio omerico di Ulisse e le Sirene, Scilla e Cariddi, il fenomeno e le fabulazioni sulla Fata Morgana, la leggenda di Colapesce, le storie di Giufà, la leggenda di Re Artù, il passaggio di San Paolo, l’attraversamento sulle acque di San Francesco di Paola, la storia di San Ranieri, etc.), le peculiarità storiche (lo sbarco dei Normanni in Sicilia, la partenza per le Crociate, la rotta francigena, la partenza per la Battaglia di Lepanto, i forti umbertini e i presidî di avvistamento costiero, l’emigrazione e i flussi migratori, etc.), socio-economiche e tecnologiche (i Ferry Boat e i collegamenti tra le due sponde, la cantieristica tradizionale e i mastri d’ascia, le Dogane e i Porti Franchi, i fari, i due Piloni ENEL, etc.), naturali e naturalistiche (il paesaggio, i laghi di Faro e Ganzirri, i terremoti e i maremoti, la microflora e la microfauna dello Stretto, le specie abissali, le migrazioni stagionali dei volatili etc.), letterarie (la letteratura di viaggio e il “Bosforo d’Italia”, Horcynus Orca e la metafora dello Scillecariddi, Maria Costa e la poesia popolare sul mare, etc.), antropologiche (la pesca del corallo, le saline, la caccia al pesce spada, il pellegrinaggio a Polsi e le devozioni condivise dalle comunità costiere, le filande, le Vare - Messina e Palmi - e i Giganti, siciliani e calabresi, etc.).
Ci troviamo di fatto alla presenza di una serie pressoché sterminata di eventi, realtà, saperi, fenomeni che hanno trovato nell’area dello Stretto di Messina la loro patria elettiva nel corso di una storia plurimillenaria. E’ assurdo pensare che tale complessa congerie non abbia concorso a delineare un’identità territoriale; naturalmente non un’identità pura, monolitica e ottusa come quella vagheggiata dai rozzi leghisti padani (l’antropologo James Clifford ci ricorda che “i frutti puri impazziscono”), ma un’identità “aperta”, meticcia, contaminata e stratificata, consapevole e fiera di testimoniare che una parte notevole della storia del Mediterraneo e del mondo antico (quindi, per molto tempo, del mondo tout court) è passata da qui.
Se, come notava Pietro Barcellona in un’intervista di qualche anno fa, la globalizzazione ha distrutto gli spazi simbolici, il riconoscere che questo nostro orizzonte naturale, culturale ed esistenziale che è lo stretto di Messina riveste un interesse simbolico che travalica le singole realtà municipali delle due sponde per assumere un valore testimoniale di assoluta pregnanza a cospetto dell’intero pianeta, può forse costituire quella “barchetta”, piccola ma solida e sicura, atta a farci traversare indenni il mare turbolento in cui oggi ci troviamo a galleggiare.