Essere senza possedere

"Nel lago grande di Ganzirri" - foto nuovosoldo.com

di Nino Gussio -

È angosciante pensare che il problema principale, più urgente è come saper vivere che come saper morire.

Dare, subire la morte sono diventati più facili, dati i mezzi e l'inerzia spirituale, sembra che vi sia, almeno nella parte economicamente più evoluta, un disamore generalizzato.

Ma nel mondo siamo otto miliardi di individui e non sappiamo unire e usare le nostre forze e le risorse per un'esistenza compatibile e utile nella condivisione per tutti noi e per gli altri viventi.

La morte è dissoluzione e, nell'indifferenza della natura e nostra, non pone soverchi problemi, la vita è costruzione, è divenire ed è difficile a farsi e ad essere. La sua complessità necessita di direttive esclusive semplici e conseguenziali al suo mantenimento, al suo progredire. Non deve essere irretita da sistemi, da concezioni astratte ad essa contrari per sottometterla, per uniformarla secondo modalità alienanti che ne falsificano il valore.

L'antropocentrismo, inteso come volontà di dominio su tutto, è diventato strutturale e ci induce alla rapina e alla devastazione che preclude al suicidio che con le nostre bellicose rivalità stiamo accelerando.

È sogno di uno stato impossibile dire che non dovremmo possedere ma sentirci ospiti in questo pianeta, che l'esserci non sia intesa come un'opportunità per soddisfare la fame di ricchezza e di potere ma per sentirci viandanti senza fissa dimora, dono divino.

Se fossimo uomini e donne di fede dovremmo percepire l'universo come abitato dalla gloria e dalla sapienza di Dio più che come meta da raggiungere perché siamo già nell'infinito.

La nostra misura sia nel sentirci creature che, grazie alla libera spiritualità aspira alla bellezza, alla conoscenza e li invera nel quotidiano con atto creativo.