A PROPOSITO DI CLASSI SPECIALI PER DISABILI

"Piccole mani" - foto nuovosoldo.com

di Cettina Lupoi -

Ho letto giorni fa le dichiarazioni del generale Roberto Vannacci su talune priorità da promuovere in un suo futuro politico. Mi ha colpito, da docente, madre e cittadina, la proposta relativa al destino scolastico degli alunni con disabilità, da relegare in classi differenziate o speciali, come le definisce lui.

Benché successivamente, nella nota trasmissione televisiva "Quarta Repubblica" in onda il giorno 29 Aprile, egli si sia attivato a chiarire, ma io direi più esattamente a rettificare, tale proposta didattica superata ed oltremodo offensiva nei riguardi di alunni in difficoltà, delle loro famiglie e dell'intera comunità educante, non può tuttavia passare inosservata la superficialità ed il pressappochismo con cui futuri rappresentanti di importanti ruoli istituzionali si approccino a problematiche tanto complesse e delicate.

È pur vero che viviamo in un Paese democratico, in cui ciascuno ha diritto di esprimere la propria opinione o le le linee guida di futuro politico, ma è altrettanto vero che quando ci si addentri in ambiti non propri, che oltretutto richiedono approfondite competenze specifiche, il rischio di dire banalità per usare un eufemismo è inevitabile.

Al di là della polemica con la visione vetero educativa del generale Vannacci, mi si offre, da docente che per lunghi anni si è confrontata con tali delicate e dolorose realtà, la possibilità di una breve riflessione e di una controproposta che rafforzi quello che già, tra le tante difficoltà operative, si attua nelle scuole italiane a beneficio dei ragazzi con disabilità.

L'alunno/a disabile presenta vari e diversi livelli di difficoltà che vanno da quelle fisico - sensoriali con normali capacità intellettive a quelle cognitive e psichiche di lieve, media e grave entità. Ghettizzare questi alunni in classi speciali, contrariamente alla normativa vigente, con le più diverse disabilità significherebbe condannare a priori tali soggetti ad una regressione cognitiva ed affettiva senza precedenti, poiché verrebbero privati di quel contatto umano e didattico con gli alunni normodotati.

Tali tristissime scelte, sono ormai state superate da oltre 40 anni con l'introduzione dell'insegnante di sostegno che opera, insieme al docente curriculare ed alla classe tutta, in vista di una possibile crescita cognitiva e integrazione dell'alunno disabile.

Inserire gli alunni in difficoltà nelle classi normali, significa dunque dare loro la concreta speranza di migliorare e vivere in maniera meno traumatica una situazione di estremo disagio in cui la vita li ha posti.

Tuttavia non si può nascondere che nonostante le lungimiranti riforme in questo settore, la Scuola italiana viva situazioni critiche che non agevolano nella soluzione di problemi di questo e di altro tipo. La sofferenza in cui versa la nostra Scuola, in generale, è sotto gli occhi di tutti e fino a quando i nostri governanti non attueranno serie politiche scolastiche, che richiedono ingenti investimenti nella formazione delle giovani generazioni i problemi sussisteranno, amplificandosi.

Pensare tuttavia di riproporre modelli pedagogici obsoleti ed oscurantisti è solamente ridicolo. Nessun problema complesso si risolve in maniera semplice, con l'uso magari della maniera forte a discapito del più debole, non solo le norme democratiche ce lo vietano ma il semplice buon senso ce lo conferma.

Ora partendo da quello che già abbiamo conseguito in oltre 40 anni di cammino normativo e scolastico in relazione agli alunni disabili o diversamente abili, mi sentirei di proporre in maniera imperativa tali suggerimenti: in presenza di alunno disabile non superare mai il n. di 15 alunni per classe (spesso ciò rimane solo sulla carta), presenza costante di insegnante di sostegno, che copra cioè l'intero orario scolastico dell'alunno, che non dovrà essere più di uno, anche con disabilità non grave. Presenza fissa in ogni istituto scolastico di piu figure professionali quali: psicologo e assistente sociale, pronti ad intervenire in qualsiasi momento, qualora ce ne fosse bisogno, per non lasciare solo l'insegnante di sostegno a gestire situazioni talvolta assai critiche in cui l'alunno manifesti oltre alla disabilità reazioni di notevole aggressività. Presenza negli istituti di più aulette attrezzate per favorire in alcuni momenti della quotidianità didattica gli alunni in difficoltà. Questo e tant'altro ancora necessiterebbe per favorire chi purtroppo dalla vita è stato penalizzato e costretto a confrontarsi continuamente con la propria disabilità. Sono necessari tanta conoscenza, sensibilità, impegno politico, investimenti cospicui ... non certamente iniziative da caserma!...