UN’ORRENDA CONGIUNTURA
di Giuseppe Rando -
Noi gramsciani irriducibili ci muoviamo, di norma, tra «pessimismo dell’intelligenza» e «ottimismo della volontà», ma, in questi ultimi, amari tempi, tendiamo a slittare pericolosamente verso il pessimismo tout court.
Certo, chi ha vissuto la stagione delle riforme, negli anni Sessanta e Settanta, in Italia, alla luce dei valori democratici (di sinistra), non può non registrare, con un moto di sconforto e delusione, il degrado sociale, politico e culturale che incombe sull’Italia e sul mondo occidentale in questo Terzo Millennio: siamo, invero, desolati testimoni di un cambiamento radicale in atto, di una mostruosa congiuntura di ultraliberalismo ipertecnologico (innescato da Putin e gestito da Trump, Musk, Erdoghan, Xi Jinping, Orban, Le Pen, Abascal, Uhrik, Mach, Weidel, Matovič, Salvini, per andare a braccio), che mira chiaramente alla distruzione del mondo e dei valori in cui siamo cresciuti, con l’intento dichiarato di fondare «democrature», cioè democrazie autoritarie, di fatto antidemocratiche, per abbattere, a vantaggio dei padroni del vapore e dei loro accoliti (più o meno rimbecilliti dalla propaganda), quel che di buono si è costruito, nei precedenti decenni, soprattutto nella sanità pubblica, nella scuola statale, nel mondo del lavoro e dei diritti.
Disorienta, peraltro, non poco, il fatto che, contro tale scempio, l’opposizione democratica non riesca a trovare le vie dell’unione e che molti intellettuali abbiano perso la bussola: c’è addirittura chi si professa di ultrasinistra e fa discorsi di destra-destra («Putin ha ragione», «Zelensky ha torto»; «I vaccini uccidono»). Non sorprende perciò che, forse per la prima volta nella storia, quella di un Papa – Francesco – sia l’unica voce autorevole di opposizione al sistema ultracapitalistico, materialistico, nichilistico dominante.
I segni della crisi sono palpabili già qui, nella città dello Stretto (nonostante qualche positivo segnale di cambiamento), dove languono, invero, le attività artigianali, il commercio e il turismo mentre aumenta il numero dei poveri (di chi non può pagare l’affitto, di chi non ha casa, di chi non ha le medicine indispensabili, di chi non ha cibo sufficiente) e cresce, nel contempo, il numero dei giovani che abbandonano la città.
Rassegnarsi, dunque, al peggio? O non bisogna piuttosto, oggi più che mai, resistere, con la prospettiva, forsanche illusoria, di evitare danni maggiori ai nostri nipoti?
In una città terziarizzata, di provincia, come Messina, perlopiù popolata da piccoloborghesi chiusi nei loro egotistici circuiti, è prioritaria, in specie, l’esigenza di fare gruppo, di unirsi tra resistenti e lottare, quindi, democraticamente, denunciando, in primis, con la parola, con gli scritti e con le opere, i difetti oggettivi del «piccolo mondo» circostante e, parallelamente, quelli del sistema sovranazionale. Con la consapevolezza che la denuncia (non le lodi gratuite), in democrazia, è già un’ottima forma di lotta contro i ritardi storici e l’ingiustizia sociale. Laddove il silenzio e il disimpegno finiscono col favorire il malaffare e danneggiare la città. Niente cambia, in effetti, in alcuna delle attività, umane, se prima non si riconoscono, si condannano e si rifiutano gli errori commessi in precedenza: è solo apparente – fumo senza sostanza – un cambiamento sbandierato e sovrapposto innocuamente alle mende del passato anche recente.
Non c’è dubbio, ad ogni modo, che i nostri giovani – per andare sul concreto – abbiano bisogno di lavoro e, a monte, di scuole davvero formative (cioè aggiornate sul piano didattico, psicologico ed epistemologico) e di un’Università fondata sul merito, sulla trasparenza, sulla ricerca scientifica, nonché aperta al territorio (senza chiusure clientelari) e definitivamente libera dalle orrende gestioni baronali (parentali, padronali), che ne hanno frenato la funzione innovativa e professionalizzante: «qui si parrà» – per cominciare – la nostra «nobilitate» di intellettuali liberi e democratici.