Fare grande la nazione in un pianeta sul lastrico
di Federica Frazzetta e Paola Imperatore -
“Non è il ponte di Messina, è il ponte degli italiani”.
Sono le parole che pronuncia Matteo Salvini (Ministro delle Infrastrutture) nello spot sul Ponte sullo Stretto, mentre un fascio di luce tricolore illumina la riproduzione video delle corsie previste dal progetto che dovrebbero unire Calabria e Sicilia. Nei pochi secondi di spot, dati pochi, retorica molta. Una serie di slogan si susseguono: “un’impresa senza eguali nel mondo”, “il ponte a campata unica più lungo del mondo”, “esempio di efficienza e bravura dell’ingegneria italiana nel mondo”6.
È “il ponte degli italiani”, la cui inaugurazione viene già presentata dal Ministro delle Infrastrutture (in passato contrario al ponte)7 come un evento mondiale, omettendo una serie di dettagli tecnici, ambientali ed economici su cui – al di fuori di proclami politici – non vi è ancora alcuna chiarezza.
Dietro la realizzazione di questa infrastruttura, che ha una storia lunghissima e vede implicati partner economici discutibili, si cela l’aspirazione – sincera o retorica che sia – di fare grande l’Italia. Questa sorta di populismo infrastrutturale8 si inserisce (o tenta di farlo) in particolare nei territori considerati come svantaggiati9, in questo caso il Mezzogiorno, a lungo nemico numero uno della Lega. Le parole di Giorgia Meloni in qualche modo lo chiariscono:
“Ci sono due modi per tentare di combattere il divario Nord-Sud, c’è il Reddito di cittadinanza e le infrastrutture di cittadinanza. Il reddito era la risposta di chi non poteva risolvere il problema e manteneva le persone in una condizione di marginalità. Le infrastrutture di cittadinanza sono le risposte di chi investe sul territorio per cambiare le opportunità”10
Pur ponendosi spesso in continuità con la politica infrastrutturale dei precedenti governi, questa viene ripresa e riarticolata dalla destra dentro un’idea di nazione e di cittadinanza che, come sappiamo, è declinata in senso razzista ed escludente. L’infrastruttura diventa strumento materiale e simbolico di rafforzamento dello stato-nazione, che costruisce la cittadinanza italiana (e soprattutto l’orgoglio italiano), e dimostra la capacità di governo sui territori11. Va da sé che, seguendo questa linea argomentativa della destra sulle infrastrutture, chi vi si oppone sta mettendo in discussione l’interesse della nazione e degli italiani. Narrazioni e immaginari che, inevitabilmente, richiamano alla memoria la retorica fascista in cui la “natura” veniva intesa come campo di battaglia, da conquistare e piegare agli interessi e alle necessità della patria12: come si “sfidava” la natura nelle bonifiche delle paludi italiane per insediarvi nuove città (non a caso, chiamate “colonie”) e nuove piantagioni di grano, oggi si “sfida” la natura con grandi infrastrutture inedite a livello mondiale. Ritroviamo chiaramente la stessa visione estrattiva del rapporto tra essere umano-ambiente, in cui è necessario mettere a valore risorse e spazi, e che si sposa perfettamente la retorica coloniale della conquista volta a migliorare un territorio che si creda occupi una condizione di svantaggio o debolezza. La tecnologia (sia essa utilizzata per bonificare una palude, costruire il ponte a campata unica più lungo al mondo, o per la produzione di energia nucleare) assume quindi un ruolo centrale per far avanzare l’essere umano in questa continua battaglia per il dominio della natura13.