Il paradiso all’orto botanico di Palermo
Questo 2025, più che negli anni scorsi, per chi viaggiasse in aereo da Milano a Palermo, solo osservando dall’oblò, noterebbe una cesura netta: l’Italia è divisa in tonalità di colori nette. Tutto il settentrione è a dominante verde, più intenso in prossimità di colline e montagne, mano mano con il procedere verso sud, a declinare. Arrivando in Sicilia il verde quasi sparisce, le montagne vicino a Palermo sono brulle e l’ocra, un color sabbia, domina incontrastato. L’isola soffre di una siccità quasi continua.
Eppure, proprio dentro il suo capoluogo, la Palermo caotica regala una autentica oasi di frescura, i dieci ettari dell’Orto botanico. Voluto dai Borboni, opera di uno spirito illuminista che in altri campi aveva espresso una intellettualità di livello europeo, i Filangieri e i Caracciolo ed Eleonora Fonseca Pimentel, poi spazzati via dalla reazione sanfedista, questo luogo concepito come luogo di studio e di innovazione, di conoscenza di nuove specie, si è esteso e allargato.
Neppure a dieci minuti a piedi dalla Stazione Centrale – uscendo a sinistra basta prendere per via Lincoln – si trova questa meraviglia creata da menti lungimiranti. Non esiste in Europa nessun altro parco o giardino che possa albergare veri monumenti naturali come il fico strangolatore, ficus macrophylla, il fico delle pagode o baniano, ficus bengalensis, lasciamoci incantare, godiamoci l’ombra di questi alberi complessi, seguiamo con lo sguardo le sinuose volute di questi tronchi curvi, un paio di secoli di vita ed essi hanno occupato migliaia di metri quadri di terreno. Sembrerebbe del tutto naturale se, tra le spire tortuose, tra le gallerie formate dalla caratteristica di lasciare getti dai rami superiori, fasciformi, si originano nuovi tronchi tutto intorno, spuntassero scimmie o pappagalli.
Ci fosse solo questo, sarebbe già l’Eden ma c’è molto di più. L’Aquarium, una bellezza che ospita il fiore del loto, il vero papiro, ninfee e lenticchia d’acqua, l’agrumeto con la sua collezione di limoni, aranci, cedri, la serra delle cactacee e succulente, il viale delle palme e quello delle ceiba, albero appartenente alla famiglia delle malvacee col suo tronco rostrato, a scaglie, per combattere l’evaporazione, i semi nerissimi portati dal vento in nuvole di lanugine.
Se sui tubolari del vicino gasometro sono appollaiati stormi di gabbiani, la presenza di questi grandi alberi, dell’acqua delle vasche, permette il prosperare di altre specie d’uccelli, farfalle e libellule, api, si aggirano sui fiori. I vecchi cartellini azzurri si stanno sbiadendo, ho notato che altri, in ceramica bianca vanno sostituendoli, decisamente più leggibili, rispetto agli anni passati, non ho più trovato ailanthus nelle serre delle cactacee, era la quarta volta che visitavo l’Orto botanico e indubbiamente è migliorato molto.
In fondo, ho notato un grande biotrituratore nuovo, in questo modo si produce in situ nuovo terriccio, sono più ordinati i vivai: peccato non avere incontrato nessun giardiniere per scambiare un parere. L’Orto botanico di Palermo è la cattedrale verde dell’isola, bisogna studiare qui perché vi sono, vive e presenti, le specie da propagare nella Sicilia riarsa per contrastare la desertificazione. E’ scampato al sacco di Palermo che ha visto radere al suolo le palazzine liberty, alla cementificazione selvaggia che ha seppellito sotto quartieri di edilizia speculativa la Conca d’Oro. Questo luogo indica uno sviluppo diverso, lento ed intelligente, duraturo. Bisogna imparare dal fico delle pagode.