Fedra tra classicità, giansenismo e modernità psicanalitica
di Francesco Saija -
Per la stagione di prosa del Teatro “Vittorio Emanuele”, dal 14 al 16 marzo è stata presentata la tragedia “Fedra” di Jean Racine.
Racine si ispirò certamente, nel 1677, alla classicità greca di Euripide ma anche alle intuizioni del filosofo e scrittore latino Seneca, senza tralasciare la dottrina della predestinazione e del peccato originale del giansenismo di Port-Royal.
Mi piace ricordare che anche D’Annunzio, nel 1909, affrontò, in una sua “Fedra”, le grandi tematiche eterne dell’eros e delle passioni umane.
Anche il cinema, sia pure in tono minore con riferimento a Fedra, si occupò di questa grande tragedia.
Il regista cinematografico Jules Dassin, autore di tanti film fra i quali “Rififi” (1955) e “Colui che deve morire” (1957), proprio ispirandosi al dramma di Racine rivisitò in chiave moderna la storia di Fedra e di Ippolito con il melodramma cinematografico “Fedra” del 1961, nel quale i due personaggi classici, in una storia moderna, sono interpretati dalla grande attrice Melina Mercouri e da Anthony Perkins. Anche in questo film, vi è la storia della passione della seconda moglie di un ricco armatore greco per il figlio di prime nozze di lui.
Ma torniamo allo spettacolo del “Vittorio Emanuele” che mi è sembrato, almeno fino a questo momento, lo spettacolo più interessante dell’attuale stagione di prosa.
La “Fedra” di Racine , diretta dal regista Federico Tiezzi , riesce a coinvolgere lo spettatore inserendolo , attraverso una macchina del tempo , nel dramma che si è svolto nella classicità , nel palazzo reale di Trezzene , nell’antica Grecia , tra la seconda moglie di Teseo e figlia di Minosse Fedra , il suo figliastro Ippolito , il re Teseo che forse non riesce a vedere la grande tragedia che lo circonda ( interessante la scelta registica degli occhiali particolari di Teseo che servono a vedere meglio o forse a non vedere ).
Tiezzi , riesce a rendere attualissima e moderna l’antica ed eterna tragedia perché costringe i personaggi a volgere lo sguardo verso la propria interiorità , ai propri sentimenti spesso nascosti e occultati e che vengono esplicitati attraverso il linguaggio e la partecipazione corporea . Penso agli abbracci impetuosi di Ippolito nei confronti dell’amata Aricia . Ippolito , nell’opera di Racine , non è il casto della tragedia classica ,ma un normale amante dei nostri tempi.
Ma soprattutto la recitazione corporea è presente nella bravissima Elena Ghiaurov , interprete di Fedra , quando manifesta la sua ardente passione erotica a Ippolito mostrandogli il seno . Ma , l’intera recitazione della Ghiaurov è corporea oltre che verbale.
Ho potuto notare , nella tragedia di Racine , tradotta da Giovanni Raboni e diretta da Federico Tiezzi , un impegno direi “comunitario” e “collettivo” di tutti i protagonisti dello spettacolo.
Protagonisti sono certamente i tanti personaggi della tragedia interpretati con grande maestria dalle attrici e dagli attori .
Ma non vanno sottovalutate le scene di Franco Raggi , Gregorio Zurla e lo stesso Federico Tiezzi e i bellissimi costumi di Giovanna Buzzi e le luci protagoniste di Gianni Pollini , il canto di Francesca Dalla Monica e i movimenti coreografici di Cristiana Morganti.
Mi ha proprio affascinato il ,costume da clown scintillante indossato , in un momento particolare dello spettacolo , da Ippolito , interpretato dal giuovane attore Riccardo Livermore e dall’amico Teramene , interpretato da Massimo Verdastro . Mi ha ricordato il clown bianco che nel circo equestre era un clown tragico contrariamente all’augusto che invece era buono e grottesco.
Proprio il clown bianco con il cappello a ,cono evidenzia la tragicità dei personaggi del dramma di Racine che non sono gli “eroi” del teatro di Corneille , ma sono invece giansenisticamente condannati al destino tragico della vita e in balia delle passioni e dei sentimenti incontrollabili perché decisi dal destino.
Ho apprezzato anche la descrizione , nel linguaggio quasi cinematografico senza visione , della morte di Ippolito e del mostro marino arrivato per ordine di Poseidone.
E cosa dire , per quanto riguarda la scenografia , della contaminazione con l’arte figurativa evidente nella “camera oscura” in cui va svolgendosi la grande tragedia di amore e morte ?
La “Fedra” di Racine e di Tiezzi , molto applaudita dal non molto numeroso pubblico della prima , è certamente uno spettacolo teaqtrale da non dimenticare.