Il disarmato debito di Jorge Mario Bergoglio

Il disarmato debito di Jorge Mario Bergoglio

di -

Nei “coccodrilli” dedicati in questi giorni a Jorge Mario Bergoglio trovano poco spazio un “appello” e un “invito accorato” contenuti nella Bolla di indizione del Giubileo 2025, intitolata “Spes non confudit”.

Proponeva Francesco il 9 maggio di un anno fa, citando la sua enciclica “Fratelli tutti” dell’ottobre 2020: “Con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa”.

E subito dopo, richiamando questa volta l’enciclica “Laudato si’” di dieci anni fa: “Un altro invito accorato desidero rivolgere in vista dell’anno giubilare: è destinato alle nazioni più benestanti, perché riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: ‘C’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi'”.

“Se veramente vogliamo preparare nel mondo la via della pace -aggiungeva- impegniamoci a rimediare alle cause remote delle ingiustizie, ripianiamo i debiti iniqui e insolvibili, saziamo gli affamati”.

I dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) ricordano infatti che oggi 3,3 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più per il servizio del debito che per la salute o l’istruzione. E che il pagamento degli interessi supera gli investimenti per il clima in quasi tutti i Paesi impoveriti. Una crisi del debito mai così grave. Chi ci lucra è il Pianeta dei ricchi: i Paesi ad alto reddito nel solo 2023 hanno guadagnato infatti più di 1,4 miliardi di dollari in rimborsi di prestiti dai maldestramente detti “Paesi in via di sviluppo”.

Il 20 aprile di quest’anno, poche ore prima della morte del papa, la campagna internazionale Debt Justice ha pubblicato una nuova ricerca sul costo insopportabile del debito per i Paesi impoveriti, elaborando i dati di Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale. Tra il 2015 e il 2023 i governi dei Paesi a basso reddito costretti a sborsare oltre il 15% delle entrate per il pagamento del debito estero hanno visto ridursi la spesa pubblica del 5% di media. Al contrario, quelli che hanno speso meno del 10% delle entrate per il pagamento del debito estero hanno aumentato la spesa di oltre il 20%. In Angola, il Paese con il più alto livello di costo del debito, storica preda di occidentali interessi fossili, la spesa per i servizi sociali, compresi sanità e istruzione, è crollata di oltre il 55% rispetto a dieci anni fa.

Quasi la metà dei 63 Paesi oggetto della ricerca di Debt Justice si ritrova così oggi con un obolo medio del debito estero superiore al 15% delle entrate. Un quadro terrificante che ancora deve risentire dei tagli alla cooperazione internazionale e dell’introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump-Vance.

Presentando i risultati, Heidi Chow, direttrice esecutiva di Debt Justice, ha denunciato come “insegnanti e infermieri vengono sacrificati mentre i servizi pubblici essenziali sono smantellati per ripagare prestiti ad alto tasso di interesse concessi da creditori ricchi”.

Non è il frutto di una congiuntura avversa dei Pianeti ma è il risultato di un modello di sviluppo tutto terreno. Di “tante decisioni prese”, per citare il veloce ma lucido riferimento di Bergoglio, o di “un’architettura finanziaria globale che svantaggia in modo sproporzionato le nazioni africane, con un conseguente deflusso significativo di risorse verso i creditori”, come sintetizza Catherine Mithia, ricercatrice di Afrodad, richiamando poi l’aggravarsi dell’aumento dei flussi finanziari illeciti, come evasione ed elusione fiscale.

La ricerca di Debt Justice è stata pubblicata in occasione delle assemblee del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale (21-26 aprile) e della riunione dei ministri delle Finanze del G20 (23-24 aprile), che in agenda hanno proprio il “tema debito”. Perché il 2025 è davvero un anno chiave, e non solo per il Giubileo. Tra fine giugno e inizio luglio c’è la Conferenza per il finanziamento allo sviluppo di Siviglia mentre a novembre, infilati uno dopo l’altro, ci saranno il World social summit di Doha, la Cop30 di Belém, in Brasile, e poi il G20 in Sudafrica. Una ridda di appuntamenti da seguire con le lenti e le parole più adeguate.

Perché “non c’è modo migliore per giustificare relazioni fondate sulla violenza, per farle sembrare morali, che riformularle nel linguaggio del debito, soprattutto perché fa immediatamente sembrare che sia la vittima a fare qualcosa di sbagliato”. No, non è Bergoglio, è l’antropologo anarchico David Graeber, morto il 2 settembre di cinque anni fa a Venezia, che nel suo “Debito” (Il Saggiatore, con la prefazione di Thomas Piketty) ricordava che la “carità è un modo di mantenere la gerarchia, non di sovvertirla”.