La supercazzola di Salvini sui controlli antimafia sul Ponte di Messina
«A modo mio / avrei bisogno di sognare anche io», canta Lucio Dalla nell’immortale “Piazza Grande”. E grandi, ce li ha, i sogni Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, che vuole passare alla storia per quello che ha avviato i lavori per il ponte sullo Stretto, tra Sicilia e Calabria. Solo che anche lui sembra cantare «a modo mio». Perché, per il Ponte, sembra che tutto debba essere fatto come dice lui – a modo suo.
E così è dovuto intervenire niente di meno che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per dire: ora basta. Non è vero che, in nome del Ponte, si può tutto. Va bene sottrarre le risorse a strade e infrastrutture per il Sud, va bene usare le risorse del Piano di Coesione, che servirebbero per aiutare le periferie, ridurre le condizioni di difficoltà di giovani e anziani (impietoso l’ultimo rapporto del Sole 24 Ore, che segna, ancora una volta, una cesura netta nel Paese tra Nord e Sud), va bene anche chiedere alla Sicilia 1,3 miliardi di euro per cercare di mettere insieme l’opera.
Ma a tutto c’è un limite. Il Quirinale ha richiamato il ministro Salvini, e, con lui, tutto il centrodestra di governo, quando si è accorto che, nel decreto Infrastrutture, per mettere ordine tra cantieri, Pnrr e per dare una sorta di raziocinio alla folle macchina delle opere pubbliche, in nome della celerità, vengono bypassati i controlli antimafia.
Insomma, l’opera pubblica più costosa da quando esiste l’Italia, quella per la quale ci guarda – e un po’ ci prende in giro – il mondo intero, quella sulla quale si fanno fior di ironie e battute (tra cui la più famosa: «Questo Ponte non serve a unire due coste, ma due cosche»), insomma, proprio quest’opera qui, per la quale sarebbe necessario un surplus di controlli, è quella per la quale Salvini voleva sperimentare il controllo antimafia light, affidato a una struttura ad hoc del Ministero dell’Interno. Un rebus tutto da capire, una supercazzola istituzionale che avrebbe potuto compromettere la credibilità del nostro Paese.
L’idea, per dirla in parole povere, è quella di fare, con il Ponte, come si è fatto con le tante emergenze del Paese: sia le ricostruzioni post-terremoto, sia il Giubileo, le Olimpiadi di Milano-Cortina o ancora l’Expo: accelerare le procedure, glissare sui controlli, fare slalom tra silenzio-assenso e presunzioni.
Il Quirinale ha bocciato questa proposta, che allenta i controlli antimafia, e lo fa per il Ponte e per altre opere pubbliche, perché «derogare ad alcune norme del Codice antimafia – spiegano, in una paziente nota, i tecnici della Presidenza della Repubblica – è espressamente vietato dalle leggi ordinarie per le opere strategiche di interesse nazionale». Poi c’è anche un problema di forma.
Perché questa deroga avviene con un decreto che dovrebbe avere i crismi della necessità e dell’urgenza, e che, ancora una volta, sembra un modo spiccio per portare avanti i dossier incagliati nell’infinito dibattito parlamentare. I gran commis dell’una e dell’altra sponda si sono messi subito all’opera, la diplomazia lavora per cercare una mediazione, l’unico che reagisce come un bambino, quando gli toccano il giocattolo, è Salvini, che prima commenta sarcastico: «È curioso che il Ponte venga indagato ancora prima di essere realizzato» (è curioso, verrebbe da dire che il ministro pensi al Ponte come a un soggetto giuridico).
Allude, tanto per cambiare, al complotto giudiziario per ostacolare l’azione di governo. Poi capisce che il rischio di straparlare è alto e, allora, minimizza con le solite frasi di circostanza: «Nessun problema. Il contatto con il Colle è diretto». Infine, secondo uno schema già visto, rilancia: «Andremo addirittura oltre le prescrizioni del Colle».
In una nota ufficiale, il dicastero guidato da Matteo Salvini finge di accogliere con spirito collaborativo i rilievi del presidente Mattarella, ma, a leggerla con attenzione, è evidente che si tratta di un altro slalom, un tentativo goffo di aggirare – ancora – gli ostacoli più seri: quelli dei controlli antimafia.
«L’esperienza dei controlli straordinari antimafia, efficacemente sperimentati per Expo Milano e poi messi in campo per eventi quali le Olimpiadi Milano-Cortina o la ricostruzione del sisma, si conferma assolutamente positiva», scrivono dal Mit. Tradotto, quei controlli straordinari – ovvero fuori dalle regole ordinarie – funzionano benissimo, quindi perché non replicarli per il Ponte? Si parla di «rafforzamento dei controlli a livello locale» e di «integrazione con professionalità altamente specializzate», come se bastasse l’etichetta tecnico per trasformare una deroga in una garanzia.
Seguono gli esempi che dovrebbero convincere i più scettici: «Modelli simili sono attivi proprio in Calabria, per la ricostruzione di quattro ospedali, per un valore complessivo di 1,7 miliardi di euro». Ecco, se la Calabria ce l’ha fatta, perché non può farcela il Ponte più strategico d’Europa? Anzi, il più grande d’Europa. Forse del mondo. Sicuramente dell’universo salviniano.
Intanto, si prepara un nuovo emendamento. Un’altra pezza normativa, per tentare di salvare la linea del governo. Ma la verità è che non si sa nemmeno se gli alleati saranno disposti a seguirlo su questa strada. Perché, mentre il ministro si aggrappa ai suoi slogan e alle sue circolari, la cronaca giudiziaria racconta un’altra storia, molto più seria.
L’aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, Michele Prestipino – già procuratore di Roma – ha lasciato improvvisamente la magistratura, dopo essere stato sospeso da alcune importanti funzioni di coordinamento investigativo, per aver rivelato notizie coperte da segreto istruttorio: destinatari della soffiata? Gianni De Gennaro, presidente di Eurolink, il consorzio che dovrà realizzare il Ponte, e Francesco Gratteri, ex poliziotto, oggi responsabile della sicurezza di WeBuild. Cioè, proprio coloro che dovrebbero garantire la trasparenza dell’opera.
La notizia confidenziale riguardava indagini su infiltrazioni mafiose in un’azienda del Nord interessata ai lavori del Ponte. Una vicenda sulla quale, siamo certi, i diretti interessati faranno chiarezza in ogni sede opportuna, ma che risponde, comunque da sola, alla domanda posta con finta ingenuità da Salvini: perché il Ponte è già oggetto d’indagine se i lavori non sono neanche iniziati? Perché, dopo, banalmente, sarebbe troppo tardi (a parte che, poi, le indagini, se tanto mi dà tanto, già ci sono).
Ora la palla torna al governo. Il Colle ha parlato e ora tocca ai ministri capire come rimettere insieme i pezzi. Prova a farlo, con una certa eleganza istituzionale, il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, approfittando del palco del Festival dell’Economia di Trento, cerca di spegnere l’incendio. Lo fa ammettendo – sia pure con diplomazia – che qualcosa è andato storto: «In questa circostanza ci sono state delle sbavature metodologiche – dice – ma siamo tutti orientati a creare il sistema migliore, e lo faremo, per preservare l’opera da interessi criminali».
Sbavature, appunto. Piantedosi parla di fraintendimenti e di un deficit di comunicazione che – bontà sua – si assume anche personalmente: «La nostra volontà di ergere una barriera granitica contro le infiltrazioni della criminalità organizzata – spiega – ha fatto sì che approvassimo le norme in Consiglio dei ministri senza rispettare alcuni circuiti informativi, visto che, di solito, i provvedimenti adottati in via d’urgenza vengono mandati prima al Quirinale. Abbiamo quindi commesso un errore di metodo».