Il diritto ad avere diritti

Il diritto ad avere diritti

di Emilia De Rienzo -

Nel dibattito sulla cittadinanza agli stranieri — e in particolare sulla proposta di dimezzare da dieci a cinque anni il tempo necessario per ottenerla — si è agitato, in occasione del referendum, uno schema binario: chi vince e chi perde. C’è chi parla di “regalo” ai migranti, chi di “svendita dell’identità nazionale”, chi ancora di “buonismo ideologico”. Ma in realtà, questo non è un gioco a somma zero.

Si è parlato di “flop” riferendosi a chi l’ha proposto. Ma in realtà se di flop in modo molto riduttivo si vuole parlare, è un flop della società, di quello che sta diventando. Non c’è nulla da vincere. Non c’è nulla da perdere, se non la nostra umanità.

Concedere la cittadinanza non è fare un favore. È riconoscere qualcosa che già esiste. È prendere atto che centinaia di migliaia di persone vivono, lavorano, studiano, crescono in Italia da anni, spesso da sempre, senza però godere dei pieni diritti. Senza voce politica. Senza protezione stabile. Senza poter dire “noi” fino in fondo.

Eppure, chi sostiene questi diritti — non solo quelli dei migranti, ma i diritti in generale, quelli che non sono spendibili immediatamente in termini di consenso — spesso paga un prezzo. Difendere l’uguaglianza, l’inclusione, la giustizia, oggi fa perdere voti. E allora si tace. O peggio, si assecondano paure e pregiudizi, si parla con le parole del nemico, si rinuncia all’etica per inseguire il calcolo. Ma questo silenzio complice ha un costo altissimo. Non è la politica che si logora, è il tessuto civile che si strappa. La fiducia che si perde. Il senso di giustizia che svanisce.

Per questo i partiti dovrebbero avere più coraggio. E noi, tutti noi che crediamo che la democrazia o è per tutti o non è per nessuno, dovremmo fare più “militanza”, creare più cultura, essere coerenti con quello che pensiamo senza delegare. Non bastano le indignazioni occasionali. Non bastano le firme online o i post di rabbia.

Ci vogliono presenze vere nei luoghi dimenticati, nelle scuole, nei quartieri, nei territori abbandonati al rancore. Ci vuole un lavoro paziente, quotidiano, per ridare forza a parole come “dignità”, “cittadinanza”, “uguaglianza”. Perché non sono parole astratte, ma nomi propri di persone in carne e ossa, che vivono accanto a noi.

Ridurre i tempi per ottenere la cittadinanza non è un atto di debolezza. È un segno di maturità democratica. È dire che la società italiana non ha paura di riconoscere chi la abita, la costruisce, la sogna ogni giorno. Non è questione di perdere o guadagnare. È questione di non perdere la capacità di guardarci negli occhi e riconoscerci umani.

Chi è pacifista deve smettere di fare la guerra agli immigrati, perché di guerra si tratta con tanto di morti e feriti non solo nel corpo.

Ha scritto Hanna Arendt: “Il diritto ad avere diritti è ciò che fa di una persona un membro della società”.