Freedom Flotilla, «in ogni caso gli attivisti verranno deportati»

Freedom Flotilla, «in ogni caso gli attivisti verranno deportati»

di Enrica Muraglie -

Nell’arco di pochi minuti una dozzina di soldati israeliani irrompe a bordo. Poi, il buio. «Stiamo gettando i nostri telefoni in mare. Ci vediamo molto presto. Fermate il genocidio», aveva scritto poco prima su X Emma Fourreau, membro francese del Parlamento europeo e parte dell’equipaggio della Handala, la nave della Freedom Flotilla Coalition (Ffc) diretta a Gaza. Sono passate da poco le 22 del 26 luglio, tre navi della marina militare israeliana circondano l’imbarcazione, l’epilogo è già scritto. Poche ore prima l’equipaggio ha segnalato la presenza di un drone sulla propria testa. Poi le comunicazioni si interrompono, e tutte le riprese di ciò che avviene in diretta sulla Handala vengono intenzionalmente manomesse dall’Idf, è evidente dai video diffusi in rete.

LA NAVE della Ffc – la seconda dopo la Madleen – è salpata il 20 luglio in direzione Gaza per sfidare l’assedio israeliano, consegnare aiuti umanitari e un messaggio di solidarietà alla popolazione palestinese stremata da bombardamenti e fame. Al momento della cattura gli attivisti della Handala sono seduti insieme al centro dell’imbarcazione, indossano i giubbotti di salvataggio e hanno le braccia alzate in segno di resa. «Le autorità hanno presentato loro due opzioni: accettare la cosiddetta “espulsione volontaria” o rimanere in detenzione e comparire davanti a un tribunale, affinché venga riesaminata la loro detenzione in attesa di espulsione», si legge sul comunicato diffuso domenica sera dall’associazione Adalah, centro legale gestito da arabi palestinesi in Israele e unica organizzazione palestinese che può operare dinanzi ai tribunali israeliani a difesa dei diritti umani dei palestinesi.

ANTONIO MAZZEO (Italia), Gabrielle Cathala (Francia) e Jacob Berger (Stati Uniti) hanno accettato l’espulsione da Israele, gli altri 18 attivisti sono stati processati a partire dalle 9.30 di ieri mattina e fino al tardo pomeriggio presso il Tribunale di revisione della detenzione nella struttura carceraria di Givon, a Ramleh . La prima udienza è quella di Tony La Piccirella, attivista italiano che ha rifiutato la procedura accelerata.
«Stava relativamente bene: fisicamente, mentalmente e moralmente», ci racconta l’avvocata Lubna Tuma del team legale di Adalah, che ha potuto incontrare La Piccirella domenica mattina.

«Come gli altri è in sciopero della fame dalle 18 del giorno in cui sono stati intercettati dall’Idf». Tuma ci parla dall’esterno del tribunale israeliano, è in attesa della fine delle udienze e delle decisioni della corte. Il documento per il rimpatrio “volontario” questa volta è scritto in inglese, ma in altri casi – come è stato per gli attivisti della Madleen – è in ebraico e i trattenuti non ne comprendono il contenuto. «Anche se gli attivisti hanno capito la lingua e il contenuto del documento, si sono rifiutati di firmare perché volevano continuare la loro missione umanitaria. Ma firmare o meno è irrilevante, verranno deportati comunque» entro 72 ore, spiega l’avvocata di Adalah.

NEL COMUNICATO diffuso ieri mattina viene ribadito che «Israele sta gestendo la custodia dei volontari come se fossero entrati illegalmente nel Paese, anche se sono stati prelevati con la forza dalle acque internazionali e portati in Israele contro la loro volontà». Un’operazione descritta come «una grave violazione del diritto internazionale», dal momento che la giurisdizione vigente in questo caso sarebbe quella esercitata dallo Stato della bandiera della nave. Se Tel Aviv accusa gli attivisti di aver violato il blocco degli ingressi imposto nella Striscia, Lubna Tuma sottolinea che è proprio il blocco in sé «illegale e quindi entrare a Gaza non viola nulla. Tutti i blocchi che riducono una popolazione alla carestia sono illegali».

«Abbiamo assistito a vere e proprie aggressioni fisiche, a spintonamenti», ha dichiarato al suo arrivo all’aeroporto di Fiumicino Antonio Mazzeo, che ha accettato il rimpatrio accelerato. Mazzeo racconta di aver ricevuto insulti che la mediatrice culturale del tribunale si è rifiutata di tradurre in italiano. Anche Christian Smalls, statunitense, ha denunciato gravi violenze fisiche da parte delle forze israeliane, e diverse attiviste hanno descritto abusi simili e condizioni di detenzione deplorevoli, tra cui la mancanza di ventilazione nonostante il caldo estremo e l’assenza di prodotti igienici di base.

IL TELEGIORNALE della prima rete televisiva della Rai non ha ritenuto notizia, almeno fino a ieri pomeriggio, l’arresto dei due connazionali in Israele e il blocco della nave umanitaria. Risuona Teju Cole, scrittore nigeriano, che in uno dei suoi ultimi saggi chiede di rifiutare «la distrazione, che è solo un altro nome per tollerare il male. E quando vi viene detto che non potete rifiutare, rifiutate anche quello».