Dopo il Ponte Morandi

Dopo il Ponte Morandi

di Luca Cangemi -

Dopo la tragedia del crollo del Ponte Morandi, il 14 agosto 2018, era legittimo aspettarsi due cose: verità e giustizia su questa catastrofe e sulle responsabilità evidenti che coinvolgevano la famiglia Benetton e un complesso sistema affaristico nato dalla privatizzazione delle autostrade; e – soprattutto – un cambio di politiche nella gestione del territorio e delle infrastrutture, capace di impedire il ripetersi di simili tragedie.

In altre parole, si sarebbe dovuto mettere in discussione, politicamente e culturalmente, l’abbandono da parte dello Stato del proprio territorio e delle proprie infrastrutture – insomma, dell’Italia fisicamente intesa. Un abbandono che rappresenta uno dei tratti più devastanti e caratteristici, ma anche meno studiati, del neoliberismo nel nostro Paese.

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Non abbiamo avuto giustizia sul Ponte Morandi. Nel frattempo, il territorio italiano – infrastrutture stradali e ferroviarie, siti industriali, reti energetiche, risorse agricole – è stato teatro di una serie spaventosa di incidenti catastrofici, con numerose vittime e gravi effetti ambientali ed economici.

Il disastro nella centrale idroelettrica di Bargi, i morti sulla funivia del Monte Faito in Campania, le esplosioni di depositi di carburante a Roma e Firenze, gli incidenti nell’industria e nei servizi, i nuovi crolli di ponti e viadotti: l’elenco è lungo. Un capitolo a parte, per diffusione e intensità, meritano gli incendi: dal 2018 a oggi sono andati in fumo circa mezzo milione di ettari di territorio, con danni enormi alle aree boschive e naturalistiche, alla fauna e alla flora, all’agricoltura e persino a insediamenti civili e industriali.

In ognuno di questi casi, criminali “risparmi” su sicurezza e prevenzione, catene di subappalti e atteggiamenti speculativi hanno avuto un ruolo decisivo. Gli stessi servizi di soccorso, che in Italia hanno una nobile tradizione a partire dai Vigili del Fuoco, scontano gravemente tagli di risorse e deficit di organici.

Le circostanze che hanno determinato questa situazione sono molteplici e diverse tra loro, ma il cuore del problema resta lo stesso del Ponte Morandi: la rinuncia dello Stato alla gestione del territorio, trasformato in un’enorme occasione di affari per interessi privati di ogni genere, che, arricchendosi, rafforzano sempre più anche la loro capacità di condizionamento della politica e delle istituzioni.

Spezzare questo nodo politico-affaristico e imporre una politica di cura del territorio e di nuova, intelligente infrastrutturazione è un obiettivo decisivo per il Paese. Un obiettivo che, sciaguratamente, stenta persino a imporsi come tema di discussione pubblica.